Kristoffer Borgli seziona la commedia romantica moderna con un bisturi arrugginito. Il suo film scarnifica l’anatomia del narcisismo contemporaneo, mettendo in luce la nostra dipendenza tossica dalle immagini e dal bisogno di sguardi esterni.
Come figlio legittimo della satira nordica di Ruben Östlund e Thomas Vinterberg, il regista norvegese immerge le dinamiche di coppia nell’acido della competizione sociale. Affida allo schermo una riflessione chirurgica su come la ricerca spasmodica dei riflettori deformi letteralmente la carne e la mente dei protagonisti.
Il furto del prestigio e l’egoismo mascherato da affetto

La sequenza d’apertura condensa l’intero ecosistema valoriale dell’opera. Signe e Thomas siedono in un ristorante stellato per festeggiare un compleanno. Ordinano la bottiglia di vino più costosa del menù. Thomas escogita un piano per rubarla, apparentemente per regalare un brivido alla fidanzata. Messa alla prova dai fatti, l’azione rivela la sua reale natura: Thomas desidera esclusivamente alimentare la propria immagine pubblica di artista maledetto e fuorilegge.
Appena arrivano alla festa, l’uomo monopolizza la conversazione, vantandosi delle proprie doti di ladro. Signe resta ad ascoltare, trasformata in comparsa del suo stesso festeggiamento. Borgli espone brutalmente l’indole spietata dei protagonisti. Thomas costruisce opere d’arte con mobili rubati per ottenere approvazione, mentre Signe brama disperatamente quello stesso palcoscenico mediatico, vivendo il successo del compagno come una ferita personale profonda.
La vittimizzazione come valuta sociale

L’opportunità di brillare arriva sotto forma di tragedia altrui. Durante il turno di lavoro in pasticceria, un cane aggredisce brutalmente una cliente, lasciandola sanguinante tra le braccia di Signe. Il montaggio di Borgli svela le reali intenzioni della protagonista: Signe trattiene la vittima bloccando l’intervento dei colleghi, assicurandosi così il monopolio assoluto del merito.
Coperta di sangue, sperimenta l’ebbrezza dello sguardo collettivo. I passanti la fissano, i paramedici le dedicano cure, la polizia elogia il suo eroismo. Al rientro a casa, il sangue sui vestiti obbliga Thomas a preoccuparsi per lei. Signe apprende una lezione fondamentale: la vittimizzazione rappresenta lo strumento più rapido ed efficace per accentrare l’attenzione pubblica.
L’eredità di Cronenberg nel collasso della carne

Quando le attenzioni per l’incidente svaniscono e Thomas torna a dominare la scena artistica, Signe compie la mossa decisiva. Reperisce sul mercato nero un farmaco russo noto per causare gravi malformazioni cutanee e inizia ad assumerlo compulsivamente. Borgli evoca il body horror viscerale di David Cronenberg per materializzare il degrado interiore. Il corpo si trasforma nel riflesso esatto dell’esibizionismo malato della protagonista.
Le piaghe sul volto diventano il lasciapassare per le copertine dei magazine e per le campagne di moda inclusiva. Le fantasie di Signe si fondono con gli eventi reali, creando un cortocircuito percettivo continuo. Sogna interviste televisive esclusive e si eccita pregustando i pianti disperati della folla al proprio funerale. Borgli destabilizza i piani narrativi, arrivando a interpretare lui stesso un regista all’interno della pellicola, sfaldando i confini oggettivi della rappresentazione.
La mutazione del sentimento nell’era digitale

Borgli rielabora i codici visivi delle produzioni hollywoodiane degli anni Duemila, adattandoli alla competizione estrema della contemporaneità. I traguardi del partner si trasformano in armi contundenti e pretesti per sfide al massacro. Il regista norvegese realizza un ibrido grottesco tra le assurdità di Quentin Dupieux e le mutazioni fisiologiche tipiche del cinema autoriale indipendente.
Esibisce il paradosso di un’epoca sovraccarica di stimoli visivi, in cui le persone alterano la propria forma fisica e psicologica pur di rincorrere una percezione grandiosa di sé. L’opera documenta questa rincorsa allucinante, costringendo lo spettatore a osservare un’intera generazione intenta ad accelerare a tutto gas verso il collasso definitivo dell’identità.


