Lee Chang-dong reinventa il thriller. Usa la luce, lo spazio e il collasso delle illusioni per filmare l’esatta temperatura a cui brucia il neoliberismo sudcoreano.
La prima cosa che colpisce subito l’occhio in Burning è la disfunzione della luce. Abbandoniamo il sole pulito dei blockbuster occidentali e i tagli netti al neon del cinema asiatico. L’illuminazione presente in quest’opera risulta opprimente e profondamente malata. Il direttore della fotografia Hong Kyung-pyo costruisce un ecosistema visivo in cui ogni singolo raggio di sole, rifratto sul cofano di una Porsche o sulle plastiche di una serra abbandonata, sembra sul punto di innescare una detonazione. Rappresenta una scelta di design chirurgica: in questo film tutto è combustibile e la miccia narrativa appare già accesa all’inizio dei titoli di testa.
Il regista Lee Chang-dong impiega otto anni per tornare dietro la macchina da presa. E lo fa mutando la sua estetica precedente per sezionare le ferite del suo Paese. Definisce il film come la storia di un giovane Faulkner intrappolato nel mondo di Murakami. La verità risulta ancora più inquietante. Burning prende le regole del giallo e le sabota dall’interno, dilatando il mistero fino a renderlo insostenibile.
Il Vuoto del Capitale

Il triangolo al centro del racconto scivola millimetro dopo millimetro verso l’abisso. Tutto inizia quando Jong-su (Yoo Ah-in), un aspirante scrittore intrappolato nella fattoria di famiglia al confine con la Corea del Nord, ritrova Hae-mi (Jeon Jong-seo), un’amica d’infanzia alterata dalla chirurgia plastica e consumata da quella che lei definisce la “Grande Fame”, la ricerca disperata di un significato esistenziale.
Il cortocircuito definitivo si innesca con l’ingresso di Ben. Interpretato da uno Steven Yeun spaventoso, Ben è la globalizzazione fatta a persona. Appare ricco, sereno, intoccabile. Vive in un appartamento simile a una galleria d’arte contemporanea e guida auto di lusso eludendo le giustificazioni sull’origine del suo denaro. Yeun interpreta magistralmente un antagonista atipico. Recita per sottrazione assoluta, adottando perfettamente quello stile di minimalismo espressivo cruciale per l’intera atmosfera. Rimane un vuoto pneumatico che indossa un sorriso inattaccabile, un buco nero gentilissimo pronto ad assorbire l’energia di chi lo circonda. Quando confessa a Jong-su il suo hobby segreto di dare fuoco alle serre abbandonate nelle campagne (“perché alle cose bisogna dare un ritmo”), lo fa con la noia aristocratica di chi discute del meteo.
La Geometria dell’Ora Magica

L’apice dell’ossessione registica di Lee Chang-dong si manifesta nella scena centrale della danza. Hae-mi, spogliatasi della maglietta, balla a petto scoperto imitando il volo di un uccello di fronte ai due uomini. Per catturare quella sequenza, Lee Chang-dong ha imposto alla produzione una logistica al limite della follia. La troupe ha girato per un mese intero unicamente per pochi minuti al giorno, durante la cosiddetta “ora magica” del tramonto.
L’obiettivo consisteva nel catturare il momento esatto in cui la luce del cielo passa dall’arancione al rosso sangue, per poi spegnersi lentamente nel blu scuro. Quell’inquadratura documenta fisicamente la disperata e spontanea ricerca di libertà della ragazza. Inoltre, rappresenta la sua ultima apparizione fisica integrale. Dopo quel tramonto faticosamente impresso in pellicola, Hae-mi cessa di essere un corpo e diventa una pura astrazione, un’assenza capace di divorare la mente del protagonista.
il collasso di una generazione

Il vero capolavoro del film risiede nella gestione della rabbia. Lee Chang-dong evita accuratamente le risposte del thriller tradizionale. Ci lascia nel dubbio sull’identità di Ben, sospesi tra l’ipotesi del serial killer di ragazze indigenti e quella del ricco annoiato intento a giocare con le menti dei poveri. Il film dissemina indizi visivi (un orologio, un gatto, una trousse nel bagno) mantenendoli deliberatamente separati.
Questo accade perché il vero enigma abita la mente di Jong-su. In questo senso, Yoo Ah-in costruisce una masterclass assoluta di recitazione. Il suo Jong-su è un uomo educato all’obbedienza e al rispetto delle gerarchie, abbandonato a sé stesso dal neoliberismo rampante. Soffoca le sue reazioni, si muove con la rigidità di chi subisce lo spazio occupato, assorbendo umiliazioni e sospetti fino al collasso strutturale.
Il finale arriva come una coltellata inevitabile. L’omicidio di Ben e il rogo finale, con Jong-su costretto a spogliarsi dei vestiti insanguinati per salire nudo e tremante sul suo furgone, rappresentano l’esito tragico degli eventi. Troviamo solo la nuda fisicità di un uomo regredito allo stato primordiale. In una società strutturata per scartare gli individui più fragili e dove ogni cosa è intrisa di liquido infiammabile, appiccare il fuoco diventa l’unica operazione meccanica lasciata a disposizione dal sistema.


