Perché le sale sono piene di sequel, reboot e vecchie proprietà intellettuali. E perché continuiamo a pagare il biglietto.
Basta guardare le locandine fuori dal multiplex per capire che siamo intrappolati in un loop temporale. Il quinto capitolo di Toy Story, il ritorno di Shrek, i sequel di pellicole che avevano già esaurito la loro spinta propulsiva vent’anni fa. L’industria ha smesso di costruire nuovi immaginari e ha scelto di ristrutturare quelli vecchi, con la stessa cura con cui si rinnova un appartamento da affittare a prezzo maggiorato. Il pubblico paga, e il ciclo ricomincia.
La diagnosi, in realtà, era già stata formulata. Martin Scorsese, con la sua consueta precisione chirurgica, ha accusato le major di aver trasformato il cinema in parchi a tema, attrazioni che offrono un brivido preconfezionato senza chiedere nulla in cambio se non il prezzo del biglietto. Era il 2019, e molti lo accusarono di snobismo. Oggi i numeri gli danno ragione.
L’anno in cui il cinema era ancora originale

Prendiamo il 1999 come pietra di paragone. Quell’anno, la top ten degli incassi era dominata da film originali: Matrix, Il sesto senso, American Beauty, Essere John Malkovich, Magnolia. Opere che non provenivano da franchise preesistenti, che non erano sequel né reboot, che rischiavano su idee nuove e che, proprio per questo, incassavano centinaia di milioni di dollari in tutto il mondo. Il cinema era ancora un luogo dove l’ignoto poteva diventare popolare.
Oggi la classifica è blindata. Sequel, spin-off, adattamenti di vecchie proprietà intellettuali, universi condivisi che si espandono come metastasi. La top ten mondiale del 2025 è occupata da franchise che esistono da almeno un decennio, e i rari film originali che riescono a entrare in classifica sono eccezioni che confermano la regola. Il rischio è stato abolito, e con il rischio è scomparsa anche l’originalità.
La confessione di Zaslav

David Zaslav, CEO di Warner Bros Discovery, è stato onesto con i suoi azionisti in un modo che ha del chirurgico: la strategia dell’azienda è spremere fino all’ultima goccia i franchise di proprietà, da Harry Potter a Batman, da Superman a Game of Thrones. Non si tratta di mancanza di idee, ma di calcolo del rischio. Gli studios hanno capito che un cervello sotto pressione, stressato dalla precarietà economica e dall’ansia informativa, rifiuta le novità e cerca rifugio in terreni già esplorati. La nostalgia non è un sentimento: è un prodotto finanziario.
La confessione di Zaslav non è uno scandalo, ma la logica conseguenza di un processo che dura da cinquant’anni. Investire in un film originale significa scommettere su qualcosa che il pubblico non conosce ancora, mentre investire in un franchise consolidato significa comprare una polizza assicurativa. Il pubblico, dal canto suo, risponde con il portafoglio: va a vedere ciò che già conosce, perché ciò che già conosce lo rassicura.
L’invenzione del blockbuster e la nascita dell’anestesia

Questo meccanismo ha una data di nascita precisa: l’estate del 1975. Fino a quel momento, la New Hollywood produceva opere cupe, politiche e adulte, film che riflettevano le ansie di un paese segnato dal Vietnam, dallo scandalo Watergate e dalla recessione. Poi la Universal distribuì Lo Squalo di Steven Spielberg, tappezzando le reti televisive di spot e saturando le sale con copie del film.
Fu l’invenzione del blockbuster estivo, e fu anche l’invenzione di un nuovo tipo di consumo cinematografico. L’industria scoprì che offrendo al pubblico un mostro immaginario e risolvibile, le persone dimenticavano per due ore i mostri reali che abitavano fuori dalla sala. Il Vietnam, la crisi economica, la sfiducia nelle istituzioni: tutto scompariva davanti a uno squalo meccanico. L’anestesia corporativa era pronta per essere replicata, e da allora non abbiamo più smesso di produrla.
Il presente come rifugio dal presente

Il paradosso è che oggi la nostalgia vende più della novità perché il presente fa paura. La pandemia, la guerra, la crisi climatica, la precarietà lavorativa: ogni nuovo evento sembra progettato per aumentare la nostra ansia. Il passato, invece, è già andato. Possiamo manipolarlo, lucidarlo, rivenderlo. È l’unico prodotto che non delude mai, perché è un prodotto che esiste solo nella nostra testa.
E così Hollywood ci rivende gli stessi eroi che avevamo celebrato da bambini, con qualche ruga in più e la stessa colonna sonora. Ci rivende gli stessi mondi, le stesse astronavi, gli stessi dinosauri. Noi paghiamo, e per due ore torniamo a sentirci al sicuro. Poi usciamo dalla sala, e il presente è ancora lì ad aspettarci.
La complicità del pubblico

Sarebbe comodo attribuire tutta la colpa agli studios, ma il pubblico ha la sua parte di responsabilità. Ogni volta che scegliamo di vedere l’ennesimo reboot invece di rischiare su un film originale, votiamo con il portafoglio. Ogni volta che ci indigniamo per il riciclo delle idee ma poi prenotiamo il biglietto, confermiamo al sistema che la strategia funziona.
Il cinema è uno specchio. Se le sale sono piene di sequel, è perché il pubblico chiede sequel. Se il presente ci spaventa, è perché abbiamo smesso di credere che il futuro possa essere migliore del passato. E così continuiamo a strisciare la carta, a sederci in poltrona e a guardare l’ennesima variazione sullo stesso tema. “Bello, ma l’originale era meglio”, diciamo sempre. E intanto il loop ricomincia.


