La Città Incantata: il capolavoro di Miyazaki è un’allegoria del bordello e dello sfruttamento minorile

La Città Incantata: il capolavoro di Miyazaki è un’allegoria del bordello e dello sfruttamento minorile

Chihiro ha dieci anni quando i suoi genitori attraversano la galleria sbagliata. È una bambina spaventata, pigra, aggrappata al braccio della madre come qualsiasi figlia unica cresciuta nella bolla ovattata del Giappone post-moderno. Poi i genitori annusano il cibo degli spiriti, si ingozzano, si trasformano in maiali. E Chihiro, nel giro di una notte, perde tutto: la protezione, il nome, l’innocenza. Deve lavorare in un mondo popolato da mostri, divinità e clienti maschi che la scrutano con desiderio.

La città incantata è universalmente considerato un capolavoro del cinema d’animazione, un racconto di formazione che usa il folklore Shinto per raccontare la perdita dell’identità nel capitalismo contemporaneo. Ma esiste un’altra lettura, più sotterranea e più disturbante, che circola da anni nei forum di appassionati e che la critica ha spesso esitato ad affrontare: il film è un’allegoria del bordello e dello sfruttamento minorile mascherato da favola per bambini.

Yubaba e la fabbrica del piacere

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Il primo indizio è il nome. Yubaba, la strega che governa il bagno termale con la ferocia di una tenutaria, deve il suo nome alla contrazione di yu (“acqua calda”) e baba, “vecchia”. Nell’antico Giappone, le yuna erano inservienti che lavavano i clienti nei bagni pubblici. Col tempo, quel lavaggio è diventato una copertura, e le yuna hanno iniziato a vendere ben altro. Il bagno termale di Yubaba è un’azienda fiorente dove lavorano decine di ragazze. Gli unici clienti sono maschi adulti, divinità, spiriti, ma comunque uomini, che pagano in oro per essere lavati, coccolati, serviti. “Nel film, Chihiro viene assunta esplicitamente come yuna, collegandola direttamente a questa industria”.

La trasformazione dei genitori in maiali non è una punizione per la gola: è un debito. “La teoria suggerisce che Chihiro sia costretta a lavorare nel bagno termale per salvare i suoi genitori, e che questa sia una metafora delle ragazze intrappolate dal debito dei genitori”. La dinamica è quella della schiavitù per debiti, una delle forme più antiche e perverse di sfruttamento: i genitori contraggono un debito che non possono ripagare, e la figlia lo salda con il proprio corpo.

Sen: quando il nome diventa un prezzo

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Appena assunta, Yubaba prende il nome di Chihiro e lo riduce a un singolo carattere: Sen, che in giapponese significa “mille”. “Sen era un nome comune per le prostitute durante il periodo Edo”, e il numero mille suggerisce immediatamente un prezzo, una cifra, un valore di mercato. Chihiro non è più una persona: è una merce. “L’atto di cedere la propria identità in cambio di un nuovo nome è una pratica comune nei bordelli”. Il nome non viene solo cambiato: viene cancellato, e al suo posto compare un listino.

La scena in cui Haku restituisce a Chihiro il suo vero nome è il cuore emotivo del film, ma letta in questa chiave assume un significato più oscuro. Non è solo un gesto di amicizia: è un atto di resistenza contro lo sfruttamento. Restituire il nome significa restituire l’identità, sottrarre la bambina al mercato che l’ha inghiottita. Chihiro, riavendo il suo nome, smette di essere Sen. Smette di essere mille. Torna a essere una persona.

Senza Volto e il denaro che compra tutto

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Senza Volto è la creatura più misteriosa del film. Appare dal nulla, si aggira per il bagno termale offrendo oro a chiunque gli presti attenzione, divora tutto ciò che incontra, si gonfia fino a diventare una minaccia. “Kaonashi è una metafora, la libido che tutti ospitano segretamente”, ha dichiarato Miyazaki. “Non riesco a non associarlo a due noti pedofili”. La dichiarazione è scomoda, quasi mai citata, eppure è lì, nelle interviste originali.

Senza Volto tenta di comprare Chihiro. Le offre oro, le promette ricchezze, la insegue per tutto il bagno termale con l’insistenza di un cliente che non accetta rifiuti. La scena è un capolavoro di tensione: la bambina indietreggia, il mostro avanza, l’oro si accumula sul pavimento come una pioggia sporca. È la rappresentazione più precisa che il cinema abbia mai dato del rapporto tra denaro e corpo infantile: una transazione che non può essere completata perché Chihiro, a differenza di molte altre, ha conservato la propria integrità.

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“La sua insistenza nel dare oro a Chihiro può essere interpretata in senso letterale”. Non è un’offerta: è una richiesta mascherata da dono. Ogni gesto di Senza Volto è una transazione travestita da generosità, e Chihiro è l’unica a rifiutare. Rifiuta le pepite d’oro, rifiuta i regali, rifiuta di diventare ciò che il sistema vorrebbe che lei diventasse. “No!” dice. Ed è il “no” più potente della storia dell’animazione.

La fabbrica dell’innocenza perduta

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L’aspetto più radicale della lettura di La città incantata come allegoria del bordello sta nel modo in cui Miyazaki rappresenta il lavoro. Chihiro viene sfruttata fisicamente: le vengono assegnati i compiti più sporchi e umilianti, come lavare lo “spirito del fango”, che altri dipendenti rifiutano. Viene sgridata, umiliata, messa alla prova. Deve obbedire. Deve sorridere. Deve servire tè a clienti che la guardano con occhi che non lasciano dubbi. La gerarchia del bagno termale è identica a quella di un bordello: una tenutaria, delle lavoratrici, dei clienti facoltosi, un sistema di debiti che rende impossibile andarsene.

“La critica allo sfruttamento del lavoro infantile è un motivo ricorrente nelle opere di Miyazaki”. In Kiki – Consegne a domicilio e in La città incantata, il lavoro minorile viene rappresentato come un rito di passaggio crudele ma necessario. Qui, però, la posta in gioco è più alta: non si tratta di diventare adulti, ma di sopravvivere. Chihiro non sceglie di lavorare: viene costretta. E il lavoro che le viene assegnato ha un nome preciso, yuna, che nella storia giapponese significa una cosa sola.

“Il film riesce a toccare il consumismo, la disintegrazione familiare, l’inquinamento ambientale e persino la prostituzione minorile”, scrisse The Guardian in una delle prime recensioni internazionali. La parola “prostituzione” accostata a un film per bambini fece scalpore, ma il quotidiano britannico non la ritirò. E aveva ragione: il film tocca quel tema, lo accarezza, lo sfiora con la grazia di chi sa esattamente cosa sta facendo ma non vuole urlarlo.

La domanda di Miyazaki

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Miyazaki non ha mai confermato esplicitamente la lettura del bordello, ma le sue dichiarazioni pubbliche ne sono la prova più solida. Quando un intervistatore gli chiese perché La città incantata fosse così cupo, Miyazaki rispose: “Credo che il modo più appropriato per rappresentare la società moderna sia l’industria del sesso. La società giapponese non è forse diventata come l’industria del sesso?”. Non era una provocazione. Era una diagnosi. Il regista stava dicendo che il Giappone contemporaneo, con il suo capitalismo sfrenato, la sua mercificazione dei corpi, la sua bulimia di consumo, somigliava sempre di più a un enorme bordello. E che l’unico modo per raccontarlo era prendere una bambina di dieci anni e metterla al centro di quel bordello, a lottare per non esserne inghiottita.

Non tutti sono d’accordo con questa interpretazione. “L’ispirazione originale di Miyazaki per La città incantata non era così oscura come la teoria dei fan suggerisce”, si legge in una recente analisi critica. Il film è nato dall’osservazione delle figlie di amici, bambine di dieci anni a cui Miyazaki voleva offrire qualcosa di diverso dalle storie d’amore e principesse. “Ho pensato che quello che volevano veramente non fossero storie di cotte e romanticismo”. Volevano crescere. Volevano diventare forti. Volevano sopravvivere.

Ma le due letture non si escludono. Anzi, si rafforzano a vicenda. L’innocenza di Chihiro, la sua purezza, la sua determinazione a non cedere, sono l’unica risposta possibile a un mondo che vorrebbe comprarla. Il bordello è la civiltà contemporanea, e Chihiro è la bambina che la civiltà cerca di inghiottire. Rifiutare l’oro di Senza Volto, recuperare il proprio nome, liberare i genitori dal debito: ogni gesto della protagonista è un atto di resistenza contro lo sfruttamento.

Il viaggio di sola andata

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La scena del treno che scivola sull’acqua, con le ombre dei passeggeri che salgono e scendono senza voltarsi, è una delle sequenze più malinconiche del cinema di Miyazaki. Chihiro è seduta accanto a Senza Volto, ormai domato, e guarda fuori dal finestrino mentre il paesaggio scivola via. Sta andando a chiedere aiuto a Zeniba, la sorella buona di Yubaba. Sta andando a spezzare l’ultimo incantesimo. Il treno non torna indietro, e Chihiro lo sa. Quel viaggio è irreversibile. Non si torna bambini dopo aver visto ciò che ha visto lei.

Quando finalmente Chihiro supera la prova finale, riconoscere i suoi genitori in un branco di maiali, il sortilegio si spezza. I genitori tornano umani. La galleria si riattraversa. L’auto è ancora lì, coperta di polvere, come se nulla fosse successo. Ma Chihiro non è più la stessa. Ha lavorato in un bordello, ha servito clienti che la compravano, ha rifiutato l’oro di un pedofilo, ha strappato il suo nome dalle mani di una strega. È sopravvissuta. E chi sopravvive a dieci anni in un bordello, anche se quel bordello è travestito da favola, non dimentica.

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La città incantata rimane, a venticinque anni dall’uscita, il film più stratificato di Hayao Miyazaki. È una fiaba Shinto, un’allegoria anticapitalista, un racconto di formazione femminile. Ma è anche, e forse soprattutto, la cronaca di una bambina che attraversa il mercato del sesso senza vendersi. Che serve tè ai clienti, che pulisce le vasche, che rifiuta l’oro. Che resta integra. Miyazaki ha messo una bambina di dieci anni al centro del bordello più bello mai disegnato, e le ha dato l’unica arma che conta: la capacità di dire di no. E forse, alla fine, è questo il vero incantesimo.

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