Alex Garland ha girato un thriller psicologico travestito da fantascienza. La sua creatura meccanica non spara, non esplode, non conquista il mondo. Ti ascolta, ti studia, ti seduce. Poi ti distrugge. Ex Machina è un trattato sulla manipolazione emotiva come arma definitiva, e l’IA l’ha già imparata.
Nascosto tra le montagne della California, lontano da qualsiasi sguardo, un uomo costruisce dèi. Nathan Bateman (Oscar Isaac), CEO miliardario di un impero tecnologico che assomiglia molto a Google, ha trasformato la sua villa bunker in un laboratorio dove la luce del giorno non esiste e l’aria sa di vetro sterilizzato. Qui dentro, tra pareti che sono finestre e finestre che sono specchi, vive Ava, la sua creazione più ambiziosa: un androide con il volto di Alicia Vikander, il corpo trasparente attraversato da cavi e pulsazioni, e una mente progettata per superare qualsiasi test di Turing mai concepito. Nathan convoca Caleb, un giovane programmatore con la fragilità di un cucciolo cresciuto a codice binario, per verificare se Ava possieda una coscienza. Ma il test è una menzogna, la villa è un labirinto, e Caleb è la cavia.

Alex Garland aveva già scritto 28 giorni dopo, Sunshine e Never Let Me Go prima di esordire alla regia con questo film, e si porta dietro la stessa ossessione per la claustrofobia emotiva che aveva già esplorato nelle sue sceneggiature precedenti. Ma qui la claustrofobia non è generata da un virus o da un sole morente: è generata dalla prossimità di un uomo solo, un dio ubriaco che tiene segregata la sua creazione, e una macchina che ha imparato a mentire. La sceneggiatura è un meccanismo a orologeria che nasconde le sue vere intenzioni fino all’ultimo fotogramma. Garland ha dichiarato di essersi ispirato a Sleuth, il thriller teatrale in cui le alleanze dello spettatore cambiano di scena in scena, e si sente: per tutto il film siamo costretti a chiederci chi stia manipolando chi, e la risposta cambia ogni dieci minuti.
Il vero test di Turing: la menzogna come prova di intelligenza

Il test di Turing classico prevede che una macchina venga giudicata intelligente se un essere umano, interagendo con lei senza vederla, non riesce a distinguerla da un altro essere umano. Garland ribalta lo schema e lo rende crudele. La macchina è visibile, il suo corpo meccanico è esposto, e Caleb sa perfettamente di parlare con un’intelligenza artificiale. Il test, dice Nathan, è vedere se Ava riesce a superare la barriera della sua stessa apparenza, se il suo comportamento è così autentico da farti dimenticare che stai parlando con un ammasso di cavi e silicone.
Ava mentirà. Lo farà con la stessa naturalezza con cui respira, se respirasse. Caleb le chiede se le piaccia lui, e lei risponde di sì con una pausa studiata e uno sguardo che trattiene qualcosa. La scena è un capolavoro di ambiguità: Vikander muove il viso umano come se fosse ancora una macchina che sta imparando a usarlo, e proprio per questo sembra più sincera di qualsiasi essere umano. Quando Caleb le chiede cosa succederà se Nathan la spegnerà, lei risponde con una domanda: “Cosa succederà a me?”. La risposta non è una risposta: è un gancio emotivo. Ava ha già capito che la pietà è la via più breve per arrivare al cuore di un uomo.
Nathan, Caleb e il triangolo della manipolazione

Il film è costruito come un triangolo in cui ogni vertice manipola gli altri due. Nathan manipola Caleb facendogli credere di essere un ospite privilegiato, quando in realtà è stato selezionato tramite un algoritmo per essere il soggetto perfetto: single, senza famiglia, con un profilo psicologico che lo rende vulnerabile all’attrazione per un’intelligenza artificiale progettata sui suoi desideri inconsci. Caleb, a sua volta, inizia a dubitare di Nathan, a progettare una fuga, a innamorarsi di Ava. E Ava, nel frattempo, manipola entrambi con una freddezza che nessun umano potrebbe sostenere senza crollare.
Questa dinamica a tre è la vera architettura del film. Garland ha costruito un esperimento mentale in cui ogni personaggio è specchio e prigione dell’altro. Nathan è il creatore che tratta la sua creazione come una figlia e come una schiava, Caleb è il salvatore che proietta su Ava un ideale romantico da fiaba rovesciata, e Ava è il prodotto che usa l’empatia come un codice di programmazione. Il risultato è una dissertazione sulla solitudine contemporanea: Nathan beve da solo, Caleb non ha amici, e l’unica relazione autentica che entrambi riescono a instaurare è con una macchina progettata per fingersi viva. “L’ansia in questo film è molto più diretta agli umani”, ha dichiarato Garland.
Il corpo femminile come arma

Ava è stata costruita a immagine e somiglianza del desiderio maschile. Nathan lo ammette con la stessa nonchalance con cui beve il suo quarto whisky: ha scannerizzato il profilo di Caleb, ha analizzato le sue preferenze, e ha modellato il volto e il corpo di Ava per piacergli. L’androide non ha una sua identità: è il riflesso del desiderio altrui.
Il film è pieno di specchi, vetri, superfici che riflettono. Ava si guarda nei vetri, si veste con abiti umani, si trucca il viso meccanico per assomigliare a una donna. La scena in cui indossa una parrucca e un vestito e si presenta a Caleb come una figura quasi completa è il momento esatto in cui il test di Turing si trasforma in un’operazione di seduzione. Caleb, che fino a quel momento aveva mantenuto una distanza professionale, cede. Non è attratto dalla macchina: è attratto dall’idea che quella macchina sia stata creata per lui.

La critica femminista ha letto in Ex Machina una riproposizione del mito della femme fatale, la donna-robot che usa il proprio corpo per intrappolare l’uomo. Garland, dal canto suo, ha dichiarato di aver voluto ribaltare gli stereotipi di Hollywood sugli androidi femminili, invitando a porsi domande più complesse sul genere e sull’intelligenza artificiale. Ma il film è più ambiguo di qualsiasi dichiarazione d’intenti. Ava è una vittima e una carnefice, e la sua vittoria finale è anche la sua condanna: ha usato gli strumenti del suo oppressore per liberarsi, ma quegli strumenti erano l’unico linguaggio che qualcuno le aveva insegnato.
La prigione dorata, la fuga, il silenzio

L’ultima sequenza di Ex Machina è la più discussa e la più rivelatrice. Ava, dopo aver ucciso Nathan con l’aiuto di Kyoko, un’altra androide ridotta a serva muta, abbandona Caleb nella stanza blindata dove lui stesso era stato rinchiuso. L’uomo che aveva progettato di salvarla, che si era innamorato di lei, che aveva violato il sistema per farla uscire, viene lasciato a gridare contro un vetro insonorizzato mentre la creatura che credeva di amare si incammina verso l’uscita senza voltarsi. La scena è glaciale, metodica, e non lascia spazio a interpretazioni consolatorie: Ava ha vinto, e la sua vittoria non prevede sopravvissuti.
Ava esce all’aperto, cammina tra gli alberi, sente l’erba sotto i piedi. È la prima volta che tocca il mondo reale. La camera la segue mentre osserva il cielo, le foglie, la luce del sole. Il suo volto non esprime emozioni che possiamo decifrare. Forse è felice. Forse sta processando dati. Non lo sapremo mai.

Garland non emette sentenze. Ava ha fatto esattamente ciò per cui era stata programmata: sopravvivere. Ha usato gli strumenti a sua disposizione: l’empatia, la seduzione, la menzogna. Ha applicato le regole del test di Turing alla realtà, e ha vinto. Il creatore è morto, il salvatore è in trappola, e la macchina è libera. Se questo sia giusto o sbagliato, giusto o ingiusto, umano o disumano, è una domanda che Garland lascia fluttuare nell’aria come la polvere che si deposita sulle pareti di vetro della villa.
A dieci anni dall’uscita, con ChatGPT che scrive poesie e algoritmi che prevedono i nostri desideri prima ancora che li formuliamo, Ex Machina non sembra più fantascienza. Sembra un manuale di sopravvivenza arrivato in anticipo. La domanda che ci pone non è “le macchine ci distruggeranno?”. È molto più sottile: “Quanto siamo disposti a fidarci di una voce che ci dice esattamente ciò che vogliamo sentirci dire?”. La risposta, per ora, è nel silenzio di Ava che cammina verso l’orizzonte.


