Emma Seligman prende l’estetica del liceo americano e la usa per un sabotaggio interno. Il suo film è un inno alla rivendicazione del diritto queer di essere egoisti, manipolatori e disastrosi.
Per decenni l’industria cinematografica ha imposto una tassa invisibile ma spietata sulla rappresentazione queer. I personaggi appartenenti alle minoranze dovevano essere per forza esemplari. Dovevano incarnare vittime fragili da compatire o eroi immacolati da prendere a modello, schiacciati dal peso narrativo di dover rassicurare il pubblico generalista. Con Bottoms, la regista Emma Seligman prende questa regola non scritta e la disintegra letteralmente a sprangate. PJ e Josie non sono paladine della giustizia sociale. Sono due adolescenti egocentriche, patetiche e guidate unicamente da una lussuria fuori controllo. Ed è esattamente in questa totale assenza di morale che si nasconde la più grande e spietata rivoluzione cinematografica dell’anno.
La morte del buon emarginato

Interpretate da Rachel Sennott e Ayo Edebiri (The Bear), le due protagoniste fondano un fight club femminile nei corridoi del loro liceo. La giustificazione ufficiale è l’autodifesa e la solidarietà tra donne. Ma il vero e inconfessabile obiettivo è creare una complessa scusa tattica per toccare fisicamente le cheerleader. Siamo di fronte all’esatto ribaltamento della struttura di base della commedia adolescenziale e liceale americana.
Seligman non ci chiede mai di provare pena per la loro condizione. Le due ragazze ammettono candidamente di essere brutte e prive di talento. Emma Seligman mostra come il loro isolamento sociale non sia frutto di un ecosistema scolastico crudele che le ha respinte ingiustamente, ma deriva dal semplice fatto di essere delle sfigate totali. Creare personaggi queer insopportabili permette alla sceneggiatura di liberare un desiderio privo di filtri. Siccome JP e Josie non sono brave persone, non devono rispondere a nessun canone etico. Sono libere di mentire e manipolare esattamente come hanno sempre fatto i loro coetanei eterosessuali in pellicole intoccabili come Superbad.
L’autopsia del femminismo performativo

La sceneggiatura usa l’ironia come un bisturi per scorticare il femminismo di facciata. PJ e Josie indossano i panni delle attiviste con un cinismo che sfiora il grottesco, sventolando concetti come l’empowerment e la sicurezza personale esclusivamente per alimentare un gigantesco equivoco ormonale. Se ne fregano del patriarcato. Per loro la sorellanza è solo un passaporto burocratico per accedere ai corpi che desiderano.
Il film mette alla berlina le derive dell’attivismo da talk show contemporaneo. In una delle sequenze più emblematiche dell’opera, una cheerleader si lamenta di non avere idea di chi sia bell hooks e del perché dovrebbe importarle qualcosa. È un puro esercizio di femminismo kamikaze che non risparmia nemmeno la controparte maschile. I giocatori di football sono ritratti come parodie involontarie, costantemente intrappolati nelle loro divise che fungono da vero e proprio esoscheletro del privilegio di genere. Il capo carismatico Jeff (Nicholas Galitzine) è l’apoteosi dell’uomo oggetto, un troglodita infantile e ingenuo che riduce il machismo a una farsa insostenibile.
L’estetica del sangue e il rifiuto della grazia

Sul piano puramente visivo, il salto di scala rispetto al claustrofobico Shiva Baby è evidente. Con un budget di undici milioni di dollari, Seligman porta l’assurdo su scala industriale, orchestrando una violenza che non cerca mai di essere esteticamente aggraziata o coreografata per compiacere l’occhio.
Il caos esplode in un tripudio splatter fatto di nasi rotti, sangue e lividi reali. La dedizione fisica di Sennott ed Edebiri nei combattimenti corpo a corpo restituisce allo spettatore la gravità di corpi che si scontrano e si feriscono, facendosi male sul serio. La violenza in Bottoms è lo strumento di narrazione tattile per eccellenza. Il medium del sangue versato cola dal naso e imbratta vestiti, pavimenti di palestre e campi da football. I lividi sul volto delle protagoniste mappano un percorso di liberazione che passa esclusivamente dalla carne, distruggendo qualsiasi nozione di decoro femminile imposto dagli Studios.
L’eredità di un trauma esilarante

Il grande merito di questa pellicola è la sua totale assenza di scuse. L’opera affronta tematiche oscure e manipola i traumi usandoli come maschere per innescare un umorismo surreale e grottesco. Quando le ragazze si interrogano se le molestie subite contano o meno come incidenti da classificare in una fantomatica “zona grigia”, la commedia si trasforma in un teatro parossistico che fa gelare il sangue e deflagrare la risata nello stesso millesimo di secondo.
Bottoms è il prodotto che cancella per sempre lo stereotipo narrativo del gay tragico e ci consegna personaggi capaci di smantellare il sistema a suon di pugni, fallimenti e gaffe imbarazzanti. È un colpo allo stomaco scomposto, brutale e anarchico. Probabilmente respingerà una fetta del pubblico generalista, ma chi deciderà di incassare il colpo troverà il manifesto decostruttivista definitivo di questa generazione.



