Manca più di un mese all’annuncio dei film in concorso, ma la Mostra del Cinema di Venezia ha già parlato. La giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal è una chiara dichiarazione poetica. E leggerla con attenzione significa anticipare cosa premierà il Lido e cosa Alberto Barbera sta costruendo per il festival più antico del mondo.
Il 22 giugno la Biennale ha annunciato i sette componenti della giuria internazionale che assegnerà il Leone d’oro. La presidente era già nota da aprile: Maggie Gyllenhaal, attrice diventata regista, vincitrice a Venezia nel 2021 per la sceneggiatura di La figlia oscura e di recente al lavoro su La Sposa!, rilettura femminista del mito di Frankenstein. Al suo fianco siederanno la sceneggiatrice tunisina Kaouther Ben Hania, il compositore britannico Daniel Blumberg, la regista afgana Shahrbanoo Sadat, il teorico del cinema italiano Francesco Casetti, il regista francese Xavier Giannoli e il regista di Hong Kong Johnnie To.
Sette nomi che tracciano una mappa. Stati Uniti, Tunisia, Regno Unito, Afghanistan, Italia, Francia, Hong Kong. Ma la geografia conta meno della poetica. Perché questa giuria, prima ancora di vedere un solo film, dice molto su cosa il festival vuole premiare.
Quattro anime, una direzione
La giuria di Venezia 83 si può leggere come un incrocio di quattro anime distinte. La prima è l’autorialità ibrida, incarnata da Gyllenhaal e Giannoli. Sono due registi che vengono dalla scrittura, che hanno dimostrato di sapersi muovere tra cinema d’autore e ambizioni popolari, e che non hanno paura di riscrivere i miti del passato con uno sguardo contemporaneo. Gyllenhaal ha dichiarato di voler affrontare il ruolo di presidente con “curiosità, ammirazione ed entusiasmo”, rifiutando lo spirito giudicante che spesso ammorba le giurie dei festival. La scelta di guida, insomma, è già una dichiarazione di metodo.
La seconda anima è il cinema del politico e del reale. Kaouther Ben Hania arriva a Venezia dopo aver vinto il Gran Premio della Giuria nel 2024 con The Voice of Hind Rajab e dopo la candidatura all’Oscar con Quattro figlie, documentario ibrido che mescolava testimonianza e ricostruzione. Shahrbanoo Sadat, afgana trapiantata in Germania dopo la caduta di Kabul, ha aperto la Berlinale di quest’anno con No Good Men, terzo capitolo di un ciclo che racconta la vita quotidiana in un paese in guerra. Due sguardi che rifiutano qualsiasi tipo di sconto e cercano la realtà anche quando la realtà fa male. La loro presenza in giuria suggerisce che il cinema, come testimonianza, avrà un peso specifico nelle decisioni finali.
La terza anima è quella del genere. Johnnie To è il nome che ogni cinefilo conosce e rispetta: maestro del noir hongkonghese, autore di culto passato quattro volte dal Lido, capace di trasformare una sparatoria in un balletto esistenziale. La sua presenza è un segnale preciso: il cinema di genere, se fatto con ambizione autoriale, ha diritto di cittadinanza nel palmarès. Non è poco in un festival che storicamente ha privilegiato il dramma d’autore.
La quarta anima è la più anomala e quindi la più interessante. Daniel Blumberg, compositore e visual artist londinese, ha firmato le colonne sonore di The Brutalist e di Sotto le nuvole di Gianfranco Rosi. Francesco Casetti è l’unico italiano in giuria e porta con sé una peculiarità: distante dalle figure classiche del cinema come attori, registi e produttori, Casetti è un teorico del cinema, uno studioso che ha dedicato la vita a capire come funzionano le immagini. Un festival che mette un teorico in giuria sta dicendo qualcosa di preciso su come vuole essere “letto”. Sta dicendo che il cinema è prima di tutto un linguaggio da decifrare, una forma da analizzare, un pensiero da articolare.
Cosa premierà questa giuria
Se la giuria dice tutto di un festival, allora Venezia 83 ha già parlato. La composizione di questi sette nomi suggerisce una direzione precisa. La presidente Gyllenhaal, con il suo percorso da attrice a regista, ha dimostrato di privilegiare opere con forte identità autoriale, scritture che rischiano, sguardi che non si accontentano di compiacere. La presenza di Ben Hania e Sadat sposta il baricentro verso il cinema che guarda il mondo fuori dalla sala, che racconta conflitti, migrazioni, identità negate. Johnnie To ricorda che la forma è contenuto, che un film di genere può essere più profondo di un dramma da camera. Casetti e Blumberg, infine, garantiscono che l’attenzione alla grammatica visiva e sonora sarà alta: non basterà una buona storia, servirà anche un linguaggio.
La previsione, che potremo verificare quando il palmarès sarà annunciato il 12 settembre, è questa: il Leone d’oro andrà a un’opera autoriale, politicamente consapevole, formalmente ambiziosa. Qualcosa che incroci lo sguardo di Gyllenhaal con quello di Ben Hania, con la benedizione teorica di Casetti. Una scelta audace, che Barbera probabilmente sta già costruendo con la line-up che annuncerà il 23 luglio.
La posta in gioco
Perché tutto questo conta? Perché il Leone d’oro non è un semplice trofeo da bacheca. È un sigillo che può cambiare la traiettoria di una carriera, trasformando un film d’autore in un caso internazionale. Venezia è da anni uno dei principali trampolini per la stagione dei premi: i film che vincono al Lido arrivano agli Oscar con una credibilità che nessun altro festival riesce a garantire. E il festival, dal canto suo, ha bisogno di un palmarès che confermi il proprio ruolo di arbitro del gusto cinematografico globale.
Le prime indiscrezioni sul concorso parlano di una presenza hollywoodiana più contenuta del solito. I nomi che circolano sono quelli di Florian Zeller con Bunker (Bardem e Cruz), Martin McDonagh con Wild Horse Nine, Werner Herzog con Bucking Fastard, Nanni Moretti con Succederà questa notte, Denis Villeneuve con Dune parte tre, Takashi Miike con Bad Lieutenant: Tokyo, Alejandro Inarritu con Digger. Nomi importanti, ma che confermano la direzione autoriale. Se le voci saranno confermate, questa giuria avrà materiale su cui lavorare.
Il prossimo appuntamento è il 23 luglio, quando Barbera annuncerà la line-up completa. Poi arriveranno i film, le polemiche, i casi del festival. E infine, il 12 settembre, il palmarès. Solo allora potremo dire se la bussola che abbiamo decifrato oggi indicava la direzione giusta.
Fonti:
Quotidiano Nazionale (Ri)sogni d’oro in Mostra. Moretti verso Venezia. Con Herzog e Sorkin
The Hollywood Reporter Venice 2026: The Films Most Likely to Make the Cut
ScreenDaily: Which films are in the running for the 2026 Venice Film Festival?


