Perché tifiamo per personaggi che, nella vita reale, non vorremmo mai incontrare?

Perché tifiamo per personaggi che, nella vita reale, non vorremmo mai incontrare?

Capita spesso, davanti a una serie o ad un film, di ritrovarci a sperare che un personaggio riesca a cavarsela anche quando sappiamo che ha fatto qualcosa di difficile da accettare. Seguiamo le sue scelte, aspettiamo di vedere come uscirà dai problemi in cui si è cacciato e finiamo per conoscere ogni lato della sua personalità. È una dinamica che riguarda molti protagonisti diventati simboli della televisione contemporanea. Dexter Morgan, Tony Soprano, BoJack Horseman o Light Yagami sono personaggi che compiono azioni che nella vita reale ci farebbero prendere le distanze, eppure sullo schermo riescono a creare un legame con chi guarda.

Il motivo sta spesso nel modo in cui vengono raccontati. Una storia ci permette di entrare nella testa di qualcuno, di vedere le sue paure, le sue ossessioni e il modo in cui prova a dare un senso alle proprie decisioni. Questo non cancella quello che fanno, ma cambia il modo in cui li osserviamo.

La distanza tra giudicare e comprendere

Nella vita reale siamo abituati a valutare le persone soprattutto attraverso le loro azioni. Lo schermo invece può mostrarci tutto quello che succede prima di una scelta, il percorso mentale che porta un personaggio verso una determinata direzione. Dexter funziona proprio grazie a questa prospettiva. Viviamo insieme a lui il tentativo di mantenere una vita normale mentre nasconde una parte della propria identità che continua a emergere. La serie passa molto tempo a raccontare il suo isolamento e il suo bisogno di sentirsi parte del mondo che osserva.

Anche Tony Soprano nasce da questa ambiguità. È un uomo legato alla criminalità e responsabile di violenza, ma la storia sceglie di mostrarne anche il lato più fragile, quello di una persona che cerca di gestire il rapporto con la famiglia, le proprie paure e il peso delle sue scelte. È qui che nasce il nostro coinvolgimento. Conoscere un personaggio da vicino rende più difficile ridurlo a una sola definizione.

Perché i personaggi imperfetti ci restano impressi

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Don Draper in Mad Men, immagine concessa da Prime video

Per molto tempo il cinema e la televisione hanno costruito protagonisti più semplici, figure con un ruolo preciso all’interno della storia. Negli ultimi anni ci siamo avvicinati sempre di più a personaggi pieni di contraddizioni, persone che possono essere affascinanti e respingenti nello stesso momento. Ad esempio, prendiamo Don Draper in Mad Men che rappresenta perfettamente questa idea. All’esterno sembra avere tutto ciò che serve per essere una persona realizzata, ma dentro porta una distanza enorme tra l’immagine che mostra agli altri e quello che sente davvero.

O BoJack Horseman che segue una strada simile. Il suo comportamento spesso ferisce chi gli sta vicino, ma la serie racconta anche la sua difficoltà nel cambiare e il peso delle conseguenze delle sue azioni. Questi personaggi funzionano perché ricordano qualcosa che appartiene alla vita reale. Le persone raramente sono semplici e spesso convivono con parti diverse di sé.

Il fascino delle zone più oscure

Le storie permettono di osservare emozioni che nella realtà cerchiamo di controllare. Il bisogno di avere potere, la paura di essere dimenticati, il desiderio di dimostrare il proprio valore sono sentimenti comuni, anche quando nei personaggi vengono portati all’estremo.

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Immagine concessa da Nonciclopedia

Light Yagami in Death Note inizia il suo percorso convinto di poter migliorare il mondo, ma il potere modifica lentamente il suo rapporto con gli altri e con la propria idea di giustizia. Villanelle in Killing Eve è una figura violenta e imprevedibile, però il personaggio resta interessante perché dietro ogni comportamento mostra un bisogno di riconoscimento e una ricerca di qualcosa che nemmeno lei riesce a definire. Questi personaggi ci aprono domande senza offrire risposte facili.

Quando perdiamo il significato originale

A volte un personaggio diventa così famoso da vivere quasi una vita propria fuori dalla storia che lo ha creato. Patrick Bateman è uno degli esempi più evidenti. Online molte persone hanno trasformato alcune immagini di American Psycho in simboli legati al successo, alla disciplina e all’apparenza. Il film però raccontava un uomo completamente intrappolato nella propria immagine, incapace di costruire un’identità che andasse oltre il giudizio degli altri. Ovviamente quando un personaggio viene separato dal contesto, può assumere significati completamente diversi rispetto alle intenzioni originali.

Perché continuiamo a seguirli

Immagine concessa da Wired
Immagine concessa da Wired

Gli anti-eroi rimangono impressi perché raccontano persone che cercano continuamente di capire chi sono e cosa vogliono diventare. Ci interessano perché mettono in scena conflitti che riconosciamo, anche quando vengono portati verso conseguenze estreme. Il desiderio di essere accettati, la paura di fallire e la difficoltà di fare i conti con i propri errori sono elementi che appartengono a tutti.

Forse il motivo per cui continuiamo a seguire questi personaggi è proprio la loro imperfezione. Ci ricordano che capire qualcuno è un processo molto diverso dal giudicarlo, ma con la consapevolezza comunque di non volerci avere nulla a che fare nella vita di tutti i giorni!

Fonti: Wikipedia

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