Viviamo nell’epoca in cui il cibo è ovunque. Lo fotografiamo, lo condividiamo, lo trasformiamo in un contenuto estetico da offrire all’algoritmo. Mai come oggi mangiare è stato un gesto pubblico, una dichiarazione d’identità, uno status symbol. Eppure, proprio mentre la tavola diventa un’ossessione collettiva, il cinema sembra aver smesso di raccontarla come un luogo di piacere.
Negli ultimi anni thriller e horror hanno iniziato a usare il cibo in modo sempre più disturbante, come un vero e proprio strumento di controllo, umiliazione e violenza psicologica. Da Il buco a The Menu, passando per la profezia grottesca di Marco Ferreri, il piatto si trasforma in un campo di battaglia dove si consumano conflitti di classe, ossessioni contemporanee e istinti primordiali che la società preferisce nascondere.
Il cibo come gerarchia sociale: La gabbia verticale de il buco

Nel film spagnolo Il Buco, il cibo cessa di essere nutrimento e si trasforma nella metafora più brutale del capitalismo contemporaneo. Una piattaforma di cemento colma di pietanze prelibate scende attraverso centinaia di livelli di una prigione verticale. Chi sta sopra mangia troppo, consumando famelicamente anche ciò che non gli serve; chi sta sotto sopravvive grazie agli scarti lordi e calpestati dei piani superiori. O, semplicemente, muore.
La narrazione azzera qualsiasi implicazione morale per mettere lo spettatore davanti a una disparità insostenibile. In questo contesto, la domanda fondamentale smette di essere “cosa mangi?” e diventa un’altra, molto più politica: In quale piano della società sei nato? Il film fotografa l’aumento delle disuguaglianze, dove l’abbondanza esiste, ma è concentrata nelle mani di pochi, mentre per tutti gli altri arriva soltanto sotto forma di avanzi.
Il cibo come spettacolo del privilegio: La messa sacrificale di The Menu

Se nella prigione de Il buco il motore è la sopravvivenza, in The Menu il bersaglio è l’élite che ha trasformato ogni esperienza in uno status symbol. Su un’isola privata, un gruppo di clienti facoltosi partecipa a una cena esclusiva dove il cibo serve a certificare l’appartenenza a una classe privilegiata.
La cucina stellata si eleva a religione laica. Lo chef interpretato da Ralph Fiennes agisce come un sacerdote algido e spietato, mentre ogni portata diventa una performance punitiva costruita per smascherare l’arroganza dei commensali. È una satira feroce della cultura dell’esclusività, del lusso trasformato in esperienza e dell’ossessione contemporanea per ciò che è raro, esclusivo e condivisibile sui social. Il rito gastronomico si rivela così un sacrificio in cui la classe dominante finisce per consumare se stessa.
Il cibo come autodistruzione: La profezia di Marco Ferreri

Molto prima che i thriller contemporanei trasformassero i ristoranti in trappole mortali, Marco Ferreri aveva già intuito tutto. Nel 1973, con La grande abbuffata, raccontava la storia di quattro uomini della buona borghesia che si rinchiudono in una villa con un obiettivo tanto semplice quanto terrificante: mangiare fino a morire.
I protagonisti di Ferreri muoiono di eccesso, sottolineando che la loro povertà è il possesso assoluto. Hanno tutto ciò che desiderano e proprio per questo non riescono più a trovare alcun significato nelle proprie vite. Quella che all’epoca sembrava una provocazione grottesca contro la nascente società dei consumi oggi appare come una previsione inquietante. L’accumulo diventa una dipendenza e il consumo una forma di annientamento.
Perché il piatto horror contemporaneo è pieno
Sarebbe un errore catalogare queste opere come semplici storie sul cibo o sulla degenerazione della cucina. Il food horror contemporaneo parla soprattutto di potere, sottolineando chi controlla le risorse, chi definisce il valore delle cose, chi decide cosa desideriamo e chi viene escluso dal banchetto.
Il buco, The Menu e La grande abbuffata raccontano tre manifestazioni diverse della stessa malattia culturale. Nel primo film l’abbondanza esiste ma viene distribuita in modo diseguale. Nel secondo si trasforma in spettacolo e simbolo di appartenenza sociale. Nel terzo diventa autodistruzione. In tutti e tre i casi il problema è il rapporto distorto che abbiamo costruito con l’abbondanza.
Per secoli il terrore dell’umanità è stato il piatto vuoto. La fame, la carestia, la sopravvivenza. Oggi il cinema suggerisce qualcosa di molto più inquietante, dimostrando che il problema è ciò che siamo diventati quando abbiamo smesso di averne paura.


