(Louis Leterrier chiude Greta Lee e Wagner Moura in casa in un survival che mescola paranoia claustrofobica, echi da lockdown e tensione costante)
Mentre tutti si affannano a sfornare le solite recensioni preconfezionate sul “film evento del weekend”, cerchiamo di capire davvero cosa rappresenta The Last House, la nuova produzione originale targata Netflix disponibile da oggi, 7 agosto. Diretto da Louis Leterrier (Fast X, Now You See Me) e scritto da Matthew Robinson, il film parte da un presupposto ad altissimo tasso di paranoia: cosa succederebbe se la vostra casa, da luogo sicuro per eccellenza, si trasformasse improvvisamente in una prigione ermetica senza alcuna via d’uscita?
una premessa interessante
La premessa aggancia subito lo spettatore. Una pioggia battente e apparentemente anomala porta con sé un fenomeno misterioso che “sigilla” letteralmente le abitazioni dall’esterno, bloccando porte, finestre e qualsiasi spiffero. Al centro della vicenda troviamo una famiglia comune di Seattle interpretata da Wagner Moura e Greta Lee, costretta a fare i conti con l’isolamento improvviso, l’assenza di comunicazioni e l’inesorabile scorrere dei giorni mentre le scorte di cibo e acqua iniziano a scarseggiare.
Tra survival claustrofobico e paranoia post-pandemica

Il vero punto di forza di The Last House risiede nei suoi primi due atti, dove Leterrier accantona per un attimo il suo classico stile d’azione per concentrarsi su una regia più intima e claustrofobica. Il film attinge a piene mani dalle fobie collettive nate durante gli anni del lockdown, trasformando la routine domestica in una vera e propria sfida di sopravvivenza. Dai piccoli problemi quotidiani alla gestione dell’ansia dei figli, la tensione cresce gradualmente per accumulo, dimostrando come la vera minaccia non sia solo ciò che si nasconde all’esterno, ma il graduale sgretolarsi della salute mentale e dell’armonia familiare.
La coppia protagonista e la trappola del terzo atto
A tenere in piedi l’intera impalcatura è l’ottima intesa tra Wagner Moura e Greta Lee. Moura regala un’interpretazione solida e pragmatica nei panni di un padre pronto a tutto pur di proteggere i propri cari, mentre la Lee riesce a restituire con grande efficacia la fragilità emotiva di una madre messa di fronte all’impossibile. Quando la narrazione decide di allargare il campo verso la spiegazione del fenomeno e l’elemento soprannaturale, il film perde parte della sua spinta iniziale, scivolando verso espedienti già visti nel genere sci-fi alla M. Night Shyamalan.
Nonostante una parte finale che rischia di accontentarsi delle risposte più semplici, The Last House si conferma un prodotto intelligente e visivamente curato, perfetto per una serata ad alta tensione.
Resta da capire se il pubblico premierà questa ennesima variazione sul tema della fine del mondo o se la reazione sarà divisa tra chi ha amato il ritmo e chi voleva un colpo di scena più coraggioso.
Fonte: Today


