flop al botteghino: Supergirl è morta due anni prima di arrivare in sala

Il tonfo al botteghino del film con Milly Alcock segna il collasso di un intero ecosistema editoriale che per ventiquattro mesi ha parlato di tutto tranne che del film. Quando le luci in sala si sono spente, il pubblico stava esaminando una roadmap aziendale. Stava guardando un film che già esisteva nella sua testa.

Per due anni, il dibattito pubblico su Supergirl ha ignorato il linguaggio visivo e le sfide drammaturgiche. Si è polarizzato attorno a dinamiche esterne alla settima arte: la sostituzione di Sasha Calle, l’eredità televisiva di Melissa Benoist, i legami con il nuovo Superman di James Gunn. Poi è arrivata l’intervista di Milly Alcock a Variety, e la macchina delle polemiche ha divorato tutto. La frase sui “padri cristiani”, isolata dal contesto di una riflessione sull’essere donna in uno spazio dominato dallo sguardo maschile, ha oscurato la promozione del film. I dati di tracking sono calati. Le proiezioni di apertura sono scese tra i 47 e i 65 milioni di dollari. Il film è arrivato in sala già vecchio, percepito come problematico, un compito a casa che il pubblico doveva correggere usando la penna rossa delle proprie aspettative disattese. Il dibattito pre-uscita aveva già sentenziato il suo destino, rendendo ogni possibile riscatto in sala quasi impossibile.

La versione immaginaria del film costruita da due anni di chiacchiere ha seppellito il film reale prima ancora che qualcuno potesse vederlo.

La stampa ha abdicato

La narrazione dell’ardua produzione di Supergirl ha completamente saturato lo spazio critico. Rinvii, riscritture su riscritture, l’ansia da “universo condiviso”: ogni minimo dettaglio produttivo è diventato notizia, ogni voce di corridoio è stata amplificata. La stampa mainstream ha preferito pubblicare decine di articoli speculativi su quale personaggio sarebbe apparso nella scena post-credit. Ignorando come Craig Gillespie stesse traducendo in immagini la sceneggiatura di Ana Nogueira. Si è parlato di Jason Momoa che tornava nell’universo DC nel ruolo di Lobo e del cameo di David Corenswet. Mentre la fotografia, il montaggio, la regia e i costumi sono rimasti fuori dal dibattito.

Il cinema (come abbiamo più volte detto) è stato spogliato della sua bellezza, del suo fascino, della sua complessa grammatica per diventare pura lore da Wikipedia. Quando il focus si riduce a cosa succede nel macro-universo narrativo, il come viene girato perde di significato. E senza il come, il cinema cessa di esistere.

La morte del metodo sull’altare del franchise

C’è un danno collaterale che colpisce il cuore del film: la recitazione e l’impronta autoriale. Supergirl portava in dote un regista come Gillespie, capace di dirigere Margot Robbie verso una nomination all’Oscar con I, Tonya e di trasformare Emma Stone in una villain credibile con Cruella. Portava una sceneggiatura basata su Supergirl: Woman of Tomorrow di Tom King, una delle storie più apprezzate della DC recente. Portava un cast che includeva Matthias Schoenaerts e Bill Pullman. Di tutto questo si è parlato veramente poco e tremendamente in ritardo.

Quando un personaggio viene ridotto a un costume da far indossare al vincitore di un sondaggio su X, il lavoro sul metodo si annulla. Si smette di analizzare come Alcock abbia lavorato sulla voce, sulla postura, sulla costruzione psicologica del trauma di Kara Zor-El. La fotografia diventa invisibile. La composizione del quadro scompare. Il risultato è un pubblico che arriva in sala con il film già visto in testa, e ne esce deluso perché la testa è più brava a illudere di quanto lo sia uno schermo.

La lezione di Supergirl

(Shotdeck)

Supergirl è caduta vittima di un giornalismo di bassa qualità che ha smesso di guardare lo schermo per fissare i trend di ricerca. È diventata il caso più limpido di come l’hype preventivo, se slegato dall’analisi cinematografica reale, uccida l’opera. Il film di Gillespie e Alcock era, sulla carta, un progetto estremamente solido. Regista di personaggi, attrice in ascesa, sceneggiatura di qualità. Ma nulla di tutto questo è bastato.

Noi torniamo a fare critica. Crediamo che il cinema sia ancora la forma d’arte più potente che abbiamo, e che meriti di essere guardato, analizzato, discusso con la serietà che si riserva alle cose che contano. Lasciamo i gossip e le speculazioni sui retroscena inutili agli algoritmi. Noi torniamo a parlare di film.

Fonti:

Supergirl (IMDb)

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