Il 25 giugno arriva nelle sale italiane il secondo capitolo del nuovo DC Universe. Milly Alcock è la Ragazza d’Acciaio, Craig Gillespie la dirige, James Gunn ha già detto che è il miglior casting della sua vita. Eppure il film è già attaccato, già contestato, già messo sotto processo. E il motivo non ha nulla a che fare con il film in sé. Ha a che fare con la fiducia.
Supergirl non è ancora uscita, ma sta già dividendo il pubblico. Milly Alcock, la giovane attrice che ha incantato il pubblico in House of the Dragon, ha rilasciato una dichiarazione sul suo personaggio che una parte del fandom non è riuscita a digerire. In un’intervista a Variety, Milly Alcock ha parlato delle critiche online che riceve, descrivendo una parte dei suoi detrattori come profili senza foto, account usa e getta, oppure persone che si presentano come “il nome di qualcuno e poi ‘Padre di quattro figli, cristiano’, cosa che trovo esilarante“. Poi ha aggiunto: “Ma insomma, dell’opinione di chi ti importa davvero? Se stai facendo arrabbiare il giusto tipo di persone, vuol dire che stai andando bene“.
Lo stesso Peter Safran, co-presidente dei DC Studios, deve intervenire pubblicamente per difenderla e, nel frattempo, una battuta del trailer riaccende la guerra mai sopita tra i sostenitori di Zack Snyder e quelli di James Gunn. Snyder stesso getta benzina sul fuoco, postando sui social un’immagine di Bruce Wayne proprio mentre il footage di Supergirl viene fatto a pezzi online.
Tutto questo prima che qualcuno abbia visto il film. Tutto questo mentre Gunn e Safran stanno cercando di compiere l’impresa più difficile che Hollywood abbia tentato nell’ultimo decennio: ricostruire un universo cinematografico sulle macerie di quello precedente, con gli stessi personaggi, lo stesso pubblico e una fiducia da riconquistare un film alla volta.
Ma ormai lo sappiamo bene, stiamo sperimentando la stessa cosa da quando è uscito il trailer di The Odyssey di Christopher Nolan: i film vengono giudicati ed etichettati ancora prima che giungano nelle sale cinematografiche.
Il fantasma di Snyder e la lealtà tribale

Per capire cosa sta succedendo a Supergirl bisogna fare un passo indietro. Il DCEU di Zack Snyder è nato nel 2013 con L’uomo d’acciaio, è cresciuto tra polemiche e recensioni spaccate a metà, è imploso con Justice League, ed è stato poi smantellato pezzo dopo pezzo da una Warner Bros. in preda al panico. Poi Gunn e Safran sono arrivati con il mandato di rifondare tutto. Il primo passo è stato Superman nel 2025, con David Corenswet nei panni di Clark Kent. Ha funzionato e la critica lo ha accolto bene. Il pubblico è tornato in sala amandolo. Per un momento, è sembrato a tutti che il DC Universe potesse davvero rinascere.
Ma Superman poteva ancora vivere di curiosità. Poteva contare sul beneficio del dubbio, mentre a quanto pare Supergirl no. Supergirl è il secondo film della seconda fase di rinascita DC, e il secondo film è sempre quello che misura la fiducia da parte del pubblico. È il momento in cui il pubblico decide se credere davvero al progetto o se stava solo guardando il primo episodio per cortesia. È il film che deve dimostrare che esiste una struttura, una coerenza, un futuro possibile. Il film che deve convincere chi ancora nutre dei profondi dubbi verso questo nuovo corso iniziato dalla DC.
E qui si arriva al paradosso. Le polemiche che stanno investendo Supergirl dimostrano che una parte del pubblico non solo non è convinta, ma vuole che il nuovo corso fallisca. La vecchia guardia del DCEU, quella che ha amato Snyder e che non ha mai digerito la sua estromissione, vive ogni nuovo film come un tradimento. Per questo gruppo non si tratta di una questione di qualità ma di una questione di lealtà. Se hai passato anni a difendere la visione di Snyder contro la critica e contro la Warner, non puoi accettare che qualcun altro arrivi a ricostruire tutto da zero.
Gunn è consapevole che il suo nemico è il fantasma di un universo DC che non esiste più, e che lui sta tentando di ricostruire, e che rimane ancora lì, aggrappato ai social, pronto a infiammarsi ogni volta che esce un nuovo trailer. Resuscitare un universo cinematografico è una questione puramente emotiva, piuttosto che creativa. L’obiettivo è riconquistare le persone che si sono sentite ferite e abbandonate. E nessun budget da 170 milioni di dollari compra quel tipo di fiducia.
La stanchezza da universo condiviso

C’è un secondo livello, più ampio, che rende la scommessa di Supergirl ancora più rischiosa. Siamo nel 2026, e il pubblico ha passato gli ultimi quindici anni a guardare universi condivisi. La Marvel ne ha costruiti decine. La DC ci ha provato, ma è fallita. I mostri della Universal volevano un loro universo e sono morti miseramente dopo un film. Star Wars ha prodotto più serie di quante un essere umano probabilmente riesca a seguirne. La domanda che Supergirl porta al cuore dell’industria è semplice: il pubblico è ancora disposto a investire anni della propria vita in un universo che richiede fedeltà e (tanta) memoria? O vuole solo bei film, storie che iniziano e finiscono, senza l’obbligo di fare i compiti per capire cosa sta succedendo?
Supergirl arriva in un momento in cui questa domanda è più urgente che mai. L’era dei blockbuster iperconnessi sta mostrando crepe sempre più larghe. L’ossessione per la lore ha trasformato il cinema in un cruciverba per appassionati, e lo spettatore occasionale si è stancato. Il nuovo DC Universe di Gunn si è presentato con una promessa diversa: storie più autoriali, toni più vari, meno ossessione per la continuità. Superman, da questo punto di vista, ha mantenuto la promessa. Adesso Supergirl deve confermarla.
Il responso della sala

Il 25 giugno il film arriverà nelle sale italiane, anche in IMAX. La data è quella giusta: inizio estate, finestra sgombra da altri blockbuster, pubblico in cerca di intrattenimento. Il budget di 170 milioni è importante ma non esagerato, segno che la Warner ha fiducia senza voler rischiare troppo. Craig Gillespie, regista di I, Tonya e Cruella, è una scelta interessante: viene dal cinema di personaggio, non dal cinema di effetti speciali. Ha diretto Margot Robbie verso una nomination all’Oscar, ha trasformato Emma Stone in una villain Disney credibile. Se c’è qualcuno che può dare spessore a Kara Zor-El, è lui.
Il film adatta il fumetto Supergirl: Woman of Tomorrow di Tom King, una delle storie più apprezzate della DC recente. Racconta di una Kara segnata dalla distruzione di Krypton, in viaggio per la galassia in cerca di vendetta. Al suo fianco, Jason Momoa torna nell’universo DC in un ruolo completamente diverso da Aquaman: interpreta Lobo, il cacciatore di taglie spaziale. Un dettaglio che è già un simbolo. Momoa era uno dei volti del vecchio DCEU. Gunn lo ha preso, lo ha spostato, lo ha reso qualcos’altro. È la metafora perfetta di ciò che sta cercando di fare con l’intero franchise: tenere ciò che funziona, cambiare ciò che non ha funzionato, e sperare che il pubblico sia disposto a ricominciare.
Supergirl ci dirà se questa speranza è fondata. Ci dirà se il pubblico sa ancora concedere fiducia a un marchio che l’ha già delusa. Ci dirà se gli universi condivisi sono ancora il futuro del cinema, o se sono solo il relitto di un’epoca che sta finendo. Non è poco, per un film che dura un’ora e quarantotto minuti. Ma forse è esattamente ciò per cui è stato costruito.
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