L’ossessione della Lore sta uccidendo l’Identità del Cinema

L’ossessione della Lore sta uccidendo l’Identità del Cinema

Quindici anni di universo condiviso Marvel hanno riscritto le regole del cinema. Quella che era nata come una scommessa narrativa — storie che si intrecciano, personaggi che si scambiano, un unico grande arazzo — si è trasformata in un’ossessione per la continuità, per i dettagli da manuale, per i collegamenti tra un film e l’altro. La lore, termine che fino a poco tempo fa apparteneva ai forum di appassionati e alle enciclopedie dei videogiochi, è diventata il criterio con cui giudicare un’opera. E questo sta uccidendo l’identità del cinema.

È una questione di priorità. Quando la Marvel iniziò a costruire il suo universo, la promessa era chiara: ogni film sarebbe stato un capitolo di una storia più grande. Il pubblico si appassionò all’idea di seguire gli Avengers attraverso le loro avventure, di scovare easter egg, di discutere teorie. Era un gioco sofisticato, un modo nuovo di vivere il cinema come esperienza collettiva. Poi il gioco è diventato l’unica cosa che contava.

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La lore ha smesso di essere l’accessorio, il contorno di accompagnamento di ogni uscita in sala, diventando il prodotto finale. E il cinema, da arte che raccontava storie attraverso immagini e suoni, si sta trasformando in un gigantesco cruciverba per appassionati. Ogni nuova uscita Marvel non viene valutata per la regia, per la sceneggiatura, per la potenza emotiva. Viene sezionata in cerca di indizi sul futuro, di collegamenti con il passato, di conferme a teorie formulate su Reddit. L’obiettivo non è più quello di guardare un film, ma di consultarlo.

James Mangold, che ha diretto Logan e A Complete Unknown, ha definito la deriva multiversale «la morte della narrazione». La sua critica è chirurgica: quando ogni evento può essere cancellato con un reboot o una linea temporale alternativa, le conseguenze svaniscono. I personaggi muoiono e resuscitano, i sacrifici diventano provvisori, la posta in gioco si azzera. «È più interessante per le persone il modo in cui i LEGO si incastrano che non il modo in cui la storia funziona davanti a noi», ha detto Mangold. Più che una provocazione è una diagnosi vera e propria.

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L’ossessione per la lore ha prodotto un fenomeno che i fan stessi hanno battezzato: il “Marvel homework”. Guardare un film del MCU non è più un atto di piacere, ma un dovere scolastico. Bisogna aver visto le serie Disney+, ricordare oscuri personaggi dei fumetti, tenere a mente le infinite ramificazioni del multiverso. Se non fai i compiti, resti indietro. I film non ti accolgono più ma ti esaminano. Ad ogni nuova visione devi arrivare preparato.

Il paradosso è feroce. La Marvel ha costruito il suo impero sull’accessibilità: personaggi riconoscibili, storie semplici, un tono leggero che non allontanava nessuno. Oggi quella stessa macchina produce contenuti che presuppongono una conoscenza enciclopedica del catalogo. Il nuovo spettatore è escluso. Quello fedele è esausto. «Troppa lore perché i fan occasionali possano tenere il passo», ha scritto Forbes a proposito del crollo al botteghino di The Marvels. L’espansione infinita dell’universo condiviso è diventata un peso, non una risorsa.

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Ma il problema non è solo Marvel. È un modello che ha contagiato l’intera industria. La Disney lo applica a Star Wars, la Warner Bros. lo sta ricostruendo con la DC, persino i franchise horror provano a mettere in piedi universi condivisi. La lore è ovunque, come un virus narrativo che trasforma ogni film in un episodio, ogni storia in un ingranaggio. Il cinema sta perdendo la sua capacità di raccontare storie autosufficienti, compiute, capaci di emozionare senza bisogno di appendici.

Qualcosa si è rotto. L’industria che ha dominato il box office mondiale per un decennio mostra crepe sempre più larghe. La formula che sembrava invincibile — l’interconnessione, l’attesa, il grande evento corale — ha smesso di funzionare. E forse il motivo è proprio questo: abbiamo scambiato l’attesa per l’esperienza. Abbiamo passato anni a discutere di cosa sarebbe successo dopo, di chi sarebbe apparso nella scena post-credit, di quale personaggio dei fumetti sarebbe stato introdotto. Poi il “dopo” è arrivato, e abbiamo scoperto che non c’era niente.

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Sia chiaro, la lore non è nemica del Cinema, è il Cinema ad essere nemico della lore.

La lore può arricchire un mondo, dare profondità a un personaggio, creare connessioni che premiano lo spettatore attento. Ma quando diventa l’unica ragione per cui un film esiste, quando la storia è solo un pretesto per posizionare il prossimo tassello, allora il cinema si trasforma in un gigantesco spot pubblicitario di sé stesso. E il pubblico, prima o poi, smette di guardare.

Forse è il momento di smettere di costruire universi e ricominciare a raccontare storie. Storie che iniziano e finiscono. Storie che ci riguardano, ci emozionano, ci fanno pensare. Storie che non hanno bisogno di un manuale di istruzioni per essere amate. Il cinema è nato per questo. La lore, al massimo, dovrebbe essere un condimento. Quando diventa il piatto principale, qualcosa è andato storto. E il sapore, a forza di aggiungere ingredienti, si è perso.

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