Suo padre Ub inventò Topolino. Lui inventò l’infrastruttura che avrebbe trasformato il cinema in un’esperienza immersiva totale. Morire a 96 anni, avendo costruito il prototipo di ogni VR, di ogni schermo a 360 gradi, di ogni algoritmo che oggi vi tiene incollati al feed, lascia un’eredità che qualsiasi premio fatica a contenere.
Donald Warren Iwerks è morto il 9 luglio 2026, a 96 anni, in un centro di cura dell’Ojave, circondato dalla famiglia. Era il figlio di Ub Iwerks, l’animatore che nel 1928 disegnò il primo Topolino insieme a Walt Disney. Suo padre creò il personaggio, mentre lui creò tutto il resto. La differenza tra i due è la differenza tra il contenuto e il contenitore, tra l’icona che cattura lo sguardo e la macchina che lo imprigiona. Se Ub Iwerks ha inventato l’attenzione come la conosciamo, Don Iwerks ha inventato l’infrastruttura che la cattura fisicamente, pezzo dopo pezzo, per tutti i decenni a venire.
Il ragazzo entrò alla Disney nel 1950, come tecnico nel laboratorio fotografico speciale. Aveva 21 anni. Lo fermò la Corea, dove finì nel Signal Photo Corps, e quando tornò si rimise al lavoro con la stessa urgenza di chi sa di avere un’eredità da raccogliere. Suo padre era già una leggenda. Lui avrebbe potuto vivere di rendita. Invece passò i successivi 35 anni a costruire prototipi inediti, dispositivi che il mondo non aveva ancora immaginato.
L’uomo che riempiva lo sguardo
La Circle-Vision 360° è il suo primo capolavoro. Nove cineprese sincronizzate, montate su un unico supporto, che riprendevano simultaneamente in ogni direzione. Il risultato era un film che avvolgeva lo spettatore a 360 gradi, saturando completamente il campo visivo, eliminando ogni angolo morto e ogni possibile distrazione periferica. Proiettata per la prima volta a Disneyland, rimase in cartellone per 17 anni. Poi arrivò a EPCOT, a Tokyo Disneyland, a Disneyland Paris. Milioni di persone entrarono in una stanza buia e ne uscirono dopo aver mantenuto lo sguardo fisso sullo schermo per tutta la durata, immerse in un’esperienza totale.
Oggi quella tecnologia sembra vintage. Ma era il prototipo primitivo di ciò che chiamiamo “attention capture totale“: il visore VR che occupa l’intero campo visivo, lo schermo verticale dello smartphone che esclude il mondo circostante, il design full-bleed che, abolendo i margini, ti tiene incollato al feed. Prima che l’attenzione diventasse un algoritmo, era una camera a 360 gradi. E Don Iwerks l’aveva già costruita sessant’anni fa, molto prima che qualcuno formulasse il concetto di economia dell’attenzione.
Il suo secondo capolavoro fu il processo al vapore di sodio, perfezionato insieme al padre per Mary Poppins nel 1964. La sequenza di “Jolly Holiday”, con Julie Andrews che balla accanto a pinguini animati, fu girata con una tecnica di compositing che univa live action, sfondi dipinti e animazione in modo così fluido che la cucitura risultava invisibile allo spettatore. L’illusione era assoluta. Il cinema smetteva di essere una finestra su un mondo e diventava un mondo a sé, dove il confine tra reale e artificiale si dissolveva completamente.
L’industrializzazione dell’immersività
Nel 1986, dopo 35 anni alla Disney, Iwerks fece la mossa più interessante della sua carriera. Insieme all’ex dirigente Disney Stan Kinsey fondò Iwerks Entertainment, azienda pioniera del cinema a schermo gigante e delle attrazioni 3D simulate. L’intuizione era semplice e spietata: la tecnologia che aveva sviluppato per i parchi Disney poteva essere venduta a chiunque. Musei, centri commerciali, parchi a tema di terze parti. Quasi 300 sedi in 38 paesi. Un modello di business che anticipava di trent’anni quello delle piattaforme tech: sviluppi una tecnologia per un IP proprietario, poi la trasformi in un prodotto B2B replicabile, distribuendolo su scala globale.
È lo stesso schema che oggi vediamo nei motori di raccomandazione di Netflix, nati per suggerire contenuti interni e poi diventati il modello di riferimento per chiunque voglia trattenere un utente sulla propria piattaforma. È lo stesso schema dei modelli di intelligenza artificiale sviluppati internamente da OpenAI e poi licenziati a terzi. Iwerks Entertainment fu acquisita da SimEx nel 2001, ma il principio era già stato dimostrato con chiarezza: l’attenzione è un bene che si può catturare, misurare, vendere su larga scala.
L’eredità che sfugge ai premi

Don Iwerks ricevette il Gordon E. Sawyer Award, l’Oscar tecnico, nel 1997. Fu nominato Disney Legend nel 2009, il primo anno del premio, con un’impronta nella Legends Plaza e una finestra dedicata a Main Street U.S.A. nel Magic Kingdom. Sua figlia Leslie è diventata una documentarista candidata all’Oscar, continuando il lavoro di archiviazione della dinastia.
La vera eredità di Don Iwerks si trova altrove, lontano dalle cerimonie di premiazione. Sta nell’infrastruttura invisibile che ogni giorno ci tiene incollati a uno schermo. Il cerchio di nove cineprese che riprendeva ogni direzione possibile è l’antenato del feed infinito che scorre sotto il nostro pollice. Il compositing invisibile di Mary Poppins è il bisnonno del deepfake. La tecnologia che riempie lo sguardo, che satura il campo visivo impedendo qualsiasi distrazione, è stata costruita molto prima che qualcuno formulasse il concetto di economia dell’attenzione.
Suo padre disegnò il profilo di un topo che sarebbe diventato l’icona più riconoscibile del secolo. Lui costruì la gabbia. E noi, da sessant’anni, ci entriamo volentieri. Prima che l’attenzione diventasse un algoritmo, era una camera a 360 gradi. Don Iwerks l’aveva già costruita. E noi eravamo già dentro.
Fonti:
Remembering Disney Legend Don Iwerks (The Walt Disney Company)


