Il 1951 è uno di quegli anni in cui la storia sembra intrecciare fili destinati a incontrarsi molto tempo dopo. Nelle sale americane arriva Alice nel Paese delle Meraviglie, il tredicesimo classico animato Disney. Negli stessi anni, lontano dai riflettori, iniziano le prime ricerche sugli effetti dell’LSD attraverso il progetto MKultra, che avrebbero segnato una parte della cultura del Novecento. Guardando oggi il film di Hamilton Luske, Clyde Geronimi e Wilfred Jackson, colpisce quanto il suo immaginario sembri dialogare con sensibilità che sarebbero emerse pienamente solo un decennio più tardi. Nel tentativo di dare forma al nonsense visionario di Lewis Carroll, gli animatori hanno creato un’esplorazione sorprendentemente intuitiva di come la mente possa percepire il mondo quando le regole abituali iniziano a vacillare.
La fisica del sogno
Il viaggio di Alice assomiglia meno a una fiaba tradizionale e più a una continua ridefinizione della realtà. Il corpo cambia dimensione, gli spazi si deformano e le proporzioni perdono stabilità. A volte Alice è troppo grande per muoversi, altre troppo piccola per raggiungere ciò che desidera. Sono sensazioni che parlano a qualcosa di profondamente umano, alla strana esperienza di sentirsi improvvisamente fuori misura rispetto al mondo che ci circonda. Nel Sottomondo le porte cambiano forma, i sentieri scompaiono e gli oggetti sfuggono a ogni logica prevedibile, mentre nella realtà si comporta come una materia viva, plasmata dallo stupore, dalla paura e dalla curiosità.
Non è un caso che, molti anni dopo, la medicina abbia adottato il nome di “Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie” per descrivere alcune alterazioni percettive che coinvolgono la percezione delle dimensioni del proprio corpo e dello spazio circostante. Pur nascendo in un contesto completamente diverso, il film riesce a evocare con straordinaria precisione quella sensazione di disorientamento che si prova quando i punti di riferimento iniziano a sfuggire.

«Chi sei tu?»
Tra tutti gli incontri del film, quello con il Brucaliffo resta forse il più affascinante. Seduto sul suo fungo, immerso nel fumo del suo nargilè, pone ad Alice una domanda semplicissima: «Chi sei tu?». È una domanda che attraversa tutta la storia, Alice prova a rispondere, ma ogni trasformazione rende più difficile aggrapparsi a una definizione stabile di sé. Chi siamo quando cambiano le nostre certezze? Quando il mondo smette di comportarsi come ci aspettiamo?
Anche il celebre tè del Cappellaio Matto sembra muoversi nella stessa direzione. Il tempo perde la sua funzione e diventa un gioco, un rituale sospeso ed uno spazio in cui l’assurdo può esistere senza bisogno di giustificazioni. Il Buon Non-Compleanno assume così il sapore di una piccola ribellione gioiosa contro l’ossessione di misurare e organizzare ogni istante, schiavi del tempo.
Più che una semplice avventura fantastica, Alice diventa il racconto di una coscienza che cerca di orientarsi in un mondo che cambia continuamente forma. Ogni incontro mette in discussione una certezza ed ogni personaggio costringe la protagonista a riformulare ciò che crede di sapere su se stessa e sulla realtà.
Colori che guardano avanti

Sul piano visivo, Alice nel Paese delle Meraviglie conserva ancora oggi una forza sorprendente. I colori sembrano liberarsi dal compito di imitare la natura e diventano strumenti emotivi. Le apparizioni dello Stregatto, le geometrie impossibili, i cambiamenti improvvisi di atmosfera costruiscono un universo che continua a sembrare moderno.
Molti spettatori, anni dopo la sua uscita, avrebbero riconosciuto in quelle immagini qualcosa di vicino all’estetica psichedelica, alla Pop Art e alla Optical Art che avrebbero caratterizzato gli anni Sessanta. Forse è proprio questa capacità di parlare a epoche diverse ad aver trasformato il film in un’opera di culto.
Accolto freddamente nel 1951, il film è stato letteralmente salvato dal fallimento commerciale negli anni Sessanta e Settanta dagli studenti universitari americani, che lo proiettavano nei cinema indipendenti e nelle rassegne dedicate al cinema alternativo come un vero e proprio “acid movie”. La Disney finì persino per riutilizzare la pellicola nei festival rock dell’epoca per intercettare quel pubblico, quasi riconoscendo ciò che Alice era sempre stata: un’opera anarchica, irriverente e molto più vicina alla controcultura che alla rassicurante tradizione della fiaba.
Da quel momento Alice iniziò una seconda vita culturale che continua ancora oggi, attraversando generazioni diverse e trovando ogni volta nuovi significati in chi sceglie di seguirla oltre la tana del Bianconiglio.
Oltre la tana del Bianconiglio
Forse è per questo che Alice non appartiene più soltanto all’infanzia. Il suo mondo è diventato uno spazio in cui interrogare la percezione, l’identità e il rapporto con l’assurdo. A distanza di oltre settant’anni, il film continua a ricordarci che il cinema può essere molto più di un racconto. Può diventare un luogo in cui la realtà si piega, si espande e si trasforma, permettendoci di guardare il mondo, e noi stessi, da prospettive che non avevamo ancora immaginato.
Ed è probabilmente questa la sua forma di magia più duratura. Non quella delle pozioni che fanno crescere o rimpicciolire, né quella degli animali parlanti o delle regine capricciose. La vera meraviglia di Alice sta nella sua capacità di farci dubitare, anche solo per un momento, che la realtà sia l’unico modo possibile di vedere le cose.
Fonti:
Wikipedia: Alice nel Paese delle Meraviglie (film 1951)
Wikipedia: Progetto MKULTRA
Finestre sull’Arte: Pop Art: storia, stili e artisti


