Masters of the Universe: il film su He-Man che nessuno si aspettava fosse così. E questo è il vero problema

Masters of the Universe: il film su He-Man che nessuno si aspettava fosse così — e questo è il vero problema

Quindici anni di sviluppo. Quattro studi di produzione. Almeno tre attori diversi annunciati per il ruolo del protagonista e un numero incalcolabile di sceneggiature finite nel cestino. Se c’è una storia che merita di essere raccontata prima ancora che si spengano le luci in sala, è la genesi del nuovo Masters of the Universe.

I diritti di questo franchise hanno vissuto un’odissea corporativa senza precedenti: passati da Warner Bros. (2007) a Columbia Pictures (2009), parcheggiati su Netflix (che nel 2022 aveva persino annunciato Kyle Allen come protagonista sotto la regia dei fratelli Nee), per poi atterrare definitivamente tra le braccia di Amazon MGM Studios e Mattel. È il caso di studio perfetto su come Hollywood tratti le proprie proprietà intellettuali: come veri e propri asset finanziari da comprare, congelare e riavviare da zero non appena un consiglio di amministrazione si convince di aver trovato l’algoritmo giusto. È finita l’epoca in cui le proprietà industriali erano degli universi narrativi da esplorare in tutta la loro vitalità.

Eppure, contro ogni logica industriale, il film in uscita il 4 giugno distribuito da Eagle Pictures sta spiazzando tutti. E il motivo risiede in un cortocircuito tematico che nessuno aveva previsto.

L’elefante nella stanza: la decostruzione della mascolinità

Masters of the Universe: il film su He-Man che nessuno si aspettava fosse così — e questo è il vero problema

Come si adatta nel 2026 il simbolo più estremo, sfacciato e plasticoso della mascolinità ipermuscolare degli anni Ottanta? He-Man è letteralmente “l’uomo più potente dell’universo”, un eroe nato per risolvere i problemi a colpi di spadate, racchiuso in un immaginario profondamente camp.

La risposta del regista Travis Knight (Bumblebee, Kubo e la spada magica) è stata narrativamente coraggiosa: ha evitato di nascondere il machismo del franchise sotto il tappeto, e lo ha trasformato nel motore drammatico del film. Questo capitolo di Masters of the Universe è molto di più della banale celebrazione di un culturista in mutande di pelliccia; è un’esplorazione sorprendentemente lucida della mascolinità fragile.

Affidando il ruolo del Principe Adam/He-Man a Nicholas Galitzine (Bottoms, Rosso, bianco & sangue blu), il film prende un personaggio mitologicamente monolitico e lo piega a una storia di vulnerabilità, crescita e gestione dell’ego. È una manovra chirurgica che ricorda ciò che Kenneth Branagh fece con il primo Thor nel 2011. La forza fisica smette di essere l’unica risposta possibile, e la dolcezza che Galitzine porta al suo Adam dona al film uno spessore emotivo inaspettato.

Una trama che giustifica la sua esistenza

Masters of the Universe: il film su He-Man che nessuno si aspettava fosse così — e questo è il vero problema

Per far funzionare questa analisi psicologica, Knight e il suo team di sceneggiatori (tra cui figurano ancora i fratelli Nee e David Callaham) hanno dovuto ribaltare le fondamenta del cartone animato originale. L’intuizione vincente è semplice quanto dirompente: Skeletor (Jared Leto) ha vinto.

Dopo quindici anni di esilio, la Spada del Potere richiama il Principe Adam su una Eternia devastata dal dominio del suo nemico storico. È costretto a tornare, a riunirsi con Teela (Camila Mendes) e Duncan/Man-At-Arms (Idris Elba), e ad abbracciare un destino da cui era fuggito. Questa semplice origin story risponde all’unica domanda che i fan storici si sono sempre posti: cosa accadrebbe se il cattivo trionfasse davvero?

Il fattore Travis Knight e l’ombra del 1987

Qualsiasi analisi di questo franchise deve fare i conti con lo spettro del 1987, quando il goffo adattamento con Dolph Lundgren seppellì He-Man sotto una valanga di effetti speciali poveri e derive trash. Il fatto che Hollywood, 39 anni dopo, abbia iniettato 200 milioni di dollari in questo nuovo tentativo dimostra quanto sia tossica e potente la dittatura della nostalgia nell’industria odierna.

bumblebee

Ma Travis Knight ha applicato a He-Man la stessa intelligenza usata per salvare il franchise di Transformers con Bumblebee. Ha trattato il materiale di partenza con un rispetto quasi artigianale. Ne ha abbracciato la natura bizzarra e roboante, supportata da una colonna sonora rock firmata da Daniel Pemberton in collaborazione con Brian May dei Queen. Una scelta musicale che urla anni Ottanta e rivendica un’identità sfacciata, lontanissima dall’estetica standardizzata del Marvel Cinematic Universe.

L’amara verità dietro l’entusiasmo

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Le reazioni delle anteprime americane sono state sbalorditive. Critici come Andrew J. Salazar hanno elogiato il focus sui temi dell’ego, mentre Kenzie Vanunu lo ha persino azzardato tra i migliori film dell’anno. Certo, per onestà intellettuale vanno registrate le inevitabili voci fuori dal coro: Germain Lussier di Gizmodo ha stroncato l’opera, salvando solo i primi venti minuti e definendo il resto “un casino” soffocato da un eccesso di comicità che a tratti smonta la tensione drammatica.

Ma è proprio lo stupore generale della critica, quel continuo ripetere “non mi aspettavo fosse così buono”, a fornirci il punto di vista perfetto.

Se l’aspettativa globale per un blockbuster da 200 milioni di dollari basato su un giocattolo è talmente bassa che un film semplicemente ben scritto, con una tematica solida (la fragilità maschile) e un regista capace, viene accolto come un miracolo cinematografico, abbiamo un problema. Masters of the Universe è un ottimo film d’intrattenimento, ma il senso di meraviglia che lo sta circondando ci dice molto più sulla deriva qualitativa e sulla piattezza del cinema mainstream dell’ultimo decennio che sulle reali gesta dell’uomo più potente dell’universo.

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