Robert Pattinson

Cosa succede quando il sistema può fare a meno di te?

Cosa succede quando il sistema può fare a meno di te?

Mickey 17, Enemy, I’m Thinking of Ending Things: tre film, un unico incubo contemporaneo. Mickey Barnes firma un contratto che lo rende sacrificabile. Morirà e verrà rigenerato all’infinito. Ogni sua copia eredita i ricordi del precedente e torna al lavoro, finché un giorno una versione sopravvive per errore. Due Mickey identici si trovano faccia a faccia. Il sistema ne prevede uno solo. In Enemy, Adam Bell scopre l’esistenza del suo doppio. Ha la sua stessa faccia, la sua stessa voce, ma una vita diversa. L’incontro non è una curiosità metafisica: è una minaccia. L’esistenza dell’altro rende la propria esistenza superflua. In I’m Thinking of Ending Things, la protagonista guida nella neve verso la casa dei genitori del fidanzato. Mentre parla, la sua identità si sfalda. Cambia nome, professione, passato. È un fantasma prima ancora di morire. Tre film che compongono un trittico sulla paura più silenziosa del contemporaneo: diventare intercambiabili. Il corpo come merce ricaricabile Bong Joon-ho, dopo aver smascherato la lotta di classe in Parasite, sposta lo sguardo sul corpo del lavoratore. Mickey 17 è un expendable, un “sacrificabile”. Il suo corpo serve all’umanità per colonizzare un pianeta ghiacciato. Ogni volta che muore, una stampante molecolare lo ricostruisce. I ricordi restano. La carne è nuova. Il debito contratto per la sua formazione è già stato saldato dalla prima morte. Ogni successiva è puro profitto. La sequenza in cui Mickey precipita in un crepaccio e muore congelato viene archiviata in pochi secondi. Il sistema non piange i suoi scarti. Li rimpiazza. L’intuizione di Bong è feroce. Non serve un esercito di schiavi. Basta un solo lavoratore che muore e rinasce a comando. La logica del capitale spinta al limite trasforma la morte in una voce di costo. Fuori dal film, il meccanismo è già in funzione: lavoratori fantasma nei magazzini della logistica, corpi consumati dalla gig economy, incidenti sul lavoro catalogati come fatalità statistiche. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro stima oltre due milioni di morti all’anno per cause legate al lavoro. Corpi che il sistema sostituisce prima ancora che vengano sepolti. Il doppio e la minaccia della sostituzione Denis Villeneuve adatta José Saramago per raccontare un incubo diverso. Adam Bell, professore di storia, intravede la propria faccia in un film e parte alla ricerca del suo doppio. Quando lo trova, la somiglianza è perfetta. Ma il suo doppio ha una compagna, una casa, una vita che Adam non possiede. L’incontro non libera: scatena una competizione feroce. La paura qui è più sottile. Non si viene sostituiti dopo la morte. Si viene sostituiti in vita. Qualcuno con il tuo stesso volto può prendere il tuo posto. La tua unicità è un’illusione. La tua identità è fragile come un riflesso. La città fa da sfondo al disfacimento. Toronto è ripresa in tonalità gialle e malaticce. I grattacieli incombono come ragni. Il simbolo del ragno ricorre in tutto il film: intrappola, controlla, tesse una ragnatela di cui il protagonista è preda. Il doppio è il ragno. La città è il ragno. Il sistema è il ragno. Nel mondo del lavoro contemporaneo, il doppio ha smesso di essere una metafora. L’algoritmo che assegna le consegne ai rider crea una concorrenza atomizzata tra individui identici e intercambiabili. L’intelligenza artificiale che scrive testi, traduce, programma è il doppio che ci guarda dall’altra parte dello schermo. Ogni lavoratore sa di avere un sostituto in attesa. Ogni freelance conosce il nome di chi accetterà un compenso più basso. La paura del doppio è la paura di diventare obsoleti mentre si è ancora in vita. La cancellazione prima della sostituzione Charlie Kaufman porta la logica fino alle estreme conseguenze. In I’m Thinking of Ending Things, la protagonista non viene rimpiazzata. Anzi, viene cancellata prima ancora di esistere. Durante il lungo viaggio in auto verso la casa dei genitori del fidanzato, la sua biografia si sfalda. È pittrice, poi fisica, poi poetessa. Il suo nome cambia: Lucy, Louisa, Ames. Ogni ricordo che racconta appartiene a qualcun altro. È fatta di libri letti, di film visti, di citazioni altrui. Non ha una storia propria. Il fidanzato Jake l’ha creata. È un personaggio costruito con i detriti della sua cultura, un fantasma che serve a riempire il vuoto di una vita. Il sistema qui non ha nemmeno bisogno di sostituire qualcuno. Produce fantasmi direttamente. Kaufman smonta la retorica dell’identità autentica. Siamo tutti assemblaggi di merci culturali. Siamo playlist, cronologie, profili. Quando il sistema decide che non servi più, semplicemente smetti di esistere. Nessuna morte spettacolare, nessun licenziamento drammatico. Solo un progressivo dissolvimento. I social media hanno reso questa esperienza quotidiana. Un account viene sospeso e sparisce. Una community ti cancella e ricostruisce la tua reputazione in poche ore. I corpi digitali sono expendable quanto quello di Mickey. La differenza è che non serve una stampante quantistica per rimpiazzarli. Basta un nuovo profilo. Il sistema e i suoi scarti I tre film mappano un unico paesaggio. Mickey 17 mostra il corpo che diventa merce. Enemy mostra l’identità che diventa intercambiabile. I’m Thinking of Ending Things mostra la coscienza che si dissolve prima ancora di essere scartata. Sono tre stazioni di un percorso che la contemporaneità ha già tracciato. Il filosofo Zygmunt Bauman parlava di “scarti umani”: coloro che il sistema espelle perché superflui. Mentre Byung-Chul Han descrive la società della prestazione come un regime che sfrutta la psiche fino al burnout, per poi gettarla via. Il capitalismo contemporaneo funziona così: assorbe corpi, li consuma, li espelle. Non ha bisogno di giustificarli politicamente. La loro scomparsa è silenziosa, amministrativa, algoritmica. I dati confermano questa deriva. Negli ultimi vent’anni, il lavoro precario è cresciuto del 25% nei paesi OCSE. Oltre un terzo dei lavoratori globali è classificato come “vulnerabile”. La sostituzione non è più una minaccia futura. È la condizione presente. Mickey firma un contratto che lo rende sacrificabile. Noi lo firmiamo ogni giorno, quando accettiamo condizioni di lavoro che ci trattano come risorse temporanee. Quando affidiamo la nostra identità a piattaforme che possono cancellarla in un clic. Quando diventiamo fantasmi, come la protagonista di

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Come A24 ha conquistato Hollywood: una lezione per il cinema italiano

Come A24 ha conquistato Hollywood: una lezione per il cinema italiano

Come A24 ha conquistato Hollywood: una lezione per il cinema italiano Quando pensate al cinema o ai grandi film è probabile che vi venga in mente il nome di un grande regista, come Steven Spielberg o Quentin Tarantino, oppure il nome di un grande attore come Morgan Freeman o di una grande attrice come Maryl Streep. Ma difficilmente potrebbe venirvi in mente il nome di una casa di produzione e distribuzione. Eppure, tutti conoscono A24, un logo che è diventato simbolo di grande cinema. Mentre l’industria cinematografica in Italia sta lentamente sprofondando nell’oblio, messa alla prova da controverse leggi di bilancio, negli Stati Uniti A24 è riuscita a imporsi nell’industria cinematografica come un attore fondamentale nell’ecostistema hollywoodiano arrivando a cambiare le sue dinamiche dall’interno. In quasi 15 anni A24 ha ottenuto agli Oscar 62 nominations e 18 vittorie, tra cui 7 per l’ormai iconico film Everything Everywhere All at Once. Mentre numerose case di produzione sono ancora resrie nel portare sullo schermo determinate tematiche, A24 ha fin da subito messo nero su bianco la sua ferma convinzione nel trattare temi scottanti e raccontare storie e mondi invisibili: conflitti familiari, adolescenza, guerra, immigrazione, depressione, pornografia e sessualità, femminismo e mascolinità. L’enorme rischio preso da A24 ha iniziato fin da subito premiare le sue coraggiose scelte di distribuzione e produzione.  A24 si è immediatamente distinta per l’audacia delle sue storie, per l’originalità della prospettiva da cui venivano narrate, grazie ad una scrittura creativa e provocante.   Come funziona il metodo di A24? A24 si basa su due semplici principi: il primo è dare agli autori e ai registi il massimo della libertà artistica, senza nessun tipo di censura; e secondo, di sfruttare come mezzo pubblicitario modalità poco convenzionali e poco costose, come il passa parola o contuenuti virali su internet.  La compagnia viene fondata nel 2012 da tre amici: Daniel Katz, David Fenkel e John Hodges. I tre produttori erano nauseati dalla qualità del cinema hollywoodiano degli ultimi anni: gigantesche produzioni ad altissimo budget senza alcun tipo di personalità, e che stavano facendo scomparire il cinema indipendente dei grandi autori.     A24 nacque inizialmente solo come azienda di distribuzione. L’obiettivo principale nei loro primi anni di vita è stato quello di trovare i migliori film indipendenti, acquistarne i diritti di distribuzione, e occuparsi solamente del comparto di distribuzione e marketing, cioè la creazione di poster, locandine, strategie di marketing online e merchandising.  A differenza della produzione, la distribuzione indipendente è una modalità che potenzialmente permette di guadagnare ingenti somme di denaro spendendo estremamente poco. E la loro strategia si è rivelata sin da subito quella vincente.  Nel 2013 esce Spring Breakers di Harmony Korine, il secondo film distribuito da A24, che ha avuto un successo incredibile nel cinema indipendente per la sua produzione a basso costo, ed è il primo film A24 che la maggior parte delle persone ha visto e conosce.  Spring Breakers presenta l’impronta stilistica riconoscibile che collega tutti i film di A24: una visione artistica forte e decisa, una palette fotografica di colori al neon e una sceneggiatura chiara e precisa. Ma soprattutto il film ha al suo interno numerose scene estremamente memabili, diventate immediatamente virali sul web.  Il marketing innovativo di A24 ha sfruttato fin da subito il mezzo dei meme, capendone l’enorme potenziale nascosto e usandolo per attirare il pubblico più vasto possibile e portarlo ad interessarsi al film.  L’obiettivo è quello di selezionare dei film con uno stile cinematografico vivace e riconoscibile per costruire un brand personalizzato, immediatamente riconducibile all’azienda.  In A24, quando guardano un film, una delle prime cose che pensano è: “Questa scena possiamo trasformarla in una GIF”.   La campagna marketing di Ex Machina ha dimostrato tutta la loro intelligenza nella promozione di un film. Per l’uscita del film sci-fi diretto da Alex Garland, A24 ha creato un profilo falso di Alicia Vikander su Tinder in cui invitava tutti gli uomini ad andare a vedere il film in uscita. Mentre per The Witch hanno creato degli account Twitter per ogni personaggio del film.  L’azienda impara velocemente le regole per sopravvivere all’interno della giungla spietata di Hollywood e, dopo quattro anni di distribuzione e brandizzazione, A24 decide di produrre il primo lungometraggio: Moonlight. Moonlight rappresenta una scommessa importante per A24, che decide di credere nel regista Berry Jankins, solamente al suo secondo film. Anche per la produzione A24 segue la sua regole imprescindibili: massima libertà artistica al regista. E anche questa volta il metodo funziona, il film si aggiudica tre statuette agli Oscar, tra cui quella per miglior film.  Qual è la formula vincente che può aiutare il cinema italiano? A24 ha dimostrato ha che il pubblico è alla ricerca di originalità, di grandi storie raccontate con personalità e punti di vista innovativi e stimolanti. E la chiave per realizzare un cinema rivoluzionario e allo stesso tempo profittevole è dare piena libertà artistica ai registi. Il primo punto riguarda l’interesse per il talento.  Nell’industria cinematografica italiana è raro che una produzione decida di affidarsi a un giovane talentuoso, si preferiscono sempre nomi estremamente conosciuti, presenti nel panorama cinematografico da molto tempo.  A24 ha fin da subito investito le proprie risorse nella ricerca di talenti che potessero rinnovare tematiche ormai stereotipate.  E oltre al talento anche versatilità, attirando personalità del cinema e dello spettacolo già consolidate per espandere ed espolarare nuove potenzialità, uscendo dalla loro filmografia convenzionale. Mentre in Italia è raro vedere attori che escono dalla propria confort zone attoriale, A24 spinge al limite le proprie produzioni per spremere fuori dagli artisti tutto il succo del loro talento.  Uno degli esempi più emblematici è l’attrice Zendaya. Conosciutissima per essere la MJ di Spiderman, Chani in Dune, e la trapezzista afroamericana in The Greatest Showman, e Challengers di Luca Guadagnino, la sua performance più iconica rimane Rue di Euphoria, prodotta da A24. In Euphoria Zendaya dimostra tutta la sua straordinaria bravura attoriale, attraverso una performance commovente, in cui esce dai binari ordinari di molti suoi ruoli più ingenui per un ruolo più maturo, adulto e crudele.  Una

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