Il Diavolo veste Prada: il funerale dei nostri sogni (o siamo solo cresciuti?)

Il Diavolo veste Prada: il funerale dei nostri sogni (o siamo solo cresciuti?)

Il Diavolo veste Prada (2006) era, a tutti gli effetti, la storia di un’iniziazione. Andy Sachs rappresentava tutti noi: freschi di università, convinti che il talento bastasse, disposti a farci calpestare pur di “pagare l’affitto e fare gavetta”. C’era un romanticismo pazzesco in quel sacrificio. Sopportavi Miranda perché Miranda era l’Olimpo, e l’Olimpo aveva un valore. Il sogno era scalare quella montagna senza perdere l’anima. E quando Andy sceglieva se stessa, ci sentivamo tutti un po’ più salvi. Oggi, con l’arrivo del sequel, quella favola romantica sembra scontrarsi con una realtà molto più fredda. Non si parla più di intuito, di passione per i dettagli o della bellezza di un abito che ti cambia la vita; si parla di fondi d’investimento e di budget da far quadrare o per fregare qualcun’altro. Persino Miranda si ritrova ad essere un ingranaggio di un sistema più grande, sacrificabile in nome del profitto. La nuova generazione di manager non cerca la bellezza, guarda i fogli Excel e gli algoritmi. Tutto diventa un calcolo economico, e quel romanticismo della gavetta si spegne davanti ai numeri. Ritrovarsi grandi e un po’ disillusi La malinconia o quel senso di vuoto che questo seguito ci lascia addosso, in fondo, non è colpa della pellicola. È che ci mostra, come uno specchio, la nostra stessa crescita. A vent’anni guardavamo Andy e vedevamo un futuro pieno di possibilità. Oggi, nella vita di tutti i giorni, ci scontriamo con i compromessi per arrivare a fine mese, con le logiche del mercato e con la necessità di scendere a patti con la realtà per non affondare. Abbiamo dovuto mettere da parte il maglioncino color ceruleo di Andy semplicemente per sopravvivere. Il primo film ci ha insegnato che si può sempre scegliere di lanciare quel telefono nella fontana. Il secondo ci ricorda quanto sia difficile farlo quando il mondo intorno ha deciso che tutto, persino i sogni, hanno un prezzo di listino. Siamo noi che abbiamo smesso di sognare in grande per paura di restare scottati, o è la realtà che ha smesso di fare sconti alla nostra umanità?

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