
Cosa succede quando il sistema può fare a meno di te?
Mickey 17, Enemy, I’m Thinking of Ending Things: tre film, un unico incubo contemporaneo. Mickey Barnes firma un contratto che lo rende sacrificabile. Morirà e verrà rigenerato all’infinito. Ogni sua copia eredita i ricordi del precedente e torna al lavoro, finché un giorno una versione sopravvive per errore. Due Mickey identici si trovano faccia a faccia. Il sistema ne prevede uno solo. In Enemy, Adam Bell scopre l’esistenza del suo doppio. Ha la sua stessa faccia, la sua stessa voce, ma una vita diversa. L’incontro non è una curiosità metafisica: è una minaccia. L’esistenza dell’altro rende la propria esistenza superflua. In I’m Thinking of Ending Things, la protagonista guida nella neve verso la casa dei genitori del fidanzato. Mentre parla, la sua identità si sfalda. Cambia nome, professione, passato. È un fantasma prima ancora di morire. Tre film che compongono un trittico sulla paura più silenziosa del contemporaneo: diventare intercambiabili. Il corpo come merce ricaricabile Bong Joon-ho, dopo aver smascherato la lotta di classe in Parasite, sposta lo sguardo sul corpo del lavoratore. Mickey 17 è un expendable, un “sacrificabile”. Il suo corpo serve all’umanità per colonizzare un pianeta ghiacciato. Ogni volta che muore, una stampante molecolare lo ricostruisce. I ricordi restano. La carne è nuova. Il debito contratto per la sua formazione è già stato saldato dalla prima morte. Ogni successiva è puro profitto. La sequenza in cui Mickey precipita in un crepaccio e muore congelato viene archiviata in pochi secondi. Il sistema non piange i suoi scarti. Li rimpiazza. L’intuizione di Bong è feroce. Non serve un esercito di schiavi. Basta un solo lavoratore che muore e rinasce a comando. La logica del capitale spinta al limite trasforma la morte in una voce di costo. Fuori dal film, il meccanismo è già in funzione: lavoratori fantasma nei magazzini della logistica, corpi consumati dalla gig economy, incidenti sul lavoro catalogati come fatalità statistiche. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro stima oltre due milioni di morti all’anno per cause legate al lavoro. Corpi che il sistema sostituisce prima ancora che vengano sepolti. Il doppio e la minaccia della sostituzione Denis Villeneuve adatta José Saramago per raccontare un incubo diverso. Adam Bell, professore di storia, intravede la propria faccia in un film e parte alla ricerca del suo doppio. Quando lo trova, la somiglianza è perfetta. Ma il suo doppio ha una compagna, una casa, una vita che Adam non possiede. L’incontro non libera: scatena una competizione feroce. La paura qui è più sottile. Non si viene sostituiti dopo la morte. Si viene sostituiti in vita. Qualcuno con il tuo stesso volto può prendere il tuo posto. La tua unicità è un’illusione. La tua identità è fragile come un riflesso. La città fa da sfondo al disfacimento. Toronto è ripresa in tonalità gialle e malaticce. I grattacieli incombono come ragni. Il simbolo del ragno ricorre in tutto il film: intrappola, controlla, tesse una ragnatela di cui il protagonista è preda. Il doppio è il ragno. La città è il ragno. Il sistema è il ragno. Nel mondo del lavoro contemporaneo, il doppio ha smesso di essere una metafora. L’algoritmo che assegna le consegne ai rider crea una concorrenza atomizzata tra individui identici e intercambiabili. L’intelligenza artificiale che scrive testi, traduce, programma è il doppio che ci guarda dall’altra parte dello schermo. Ogni lavoratore sa di avere un sostituto in attesa. Ogni freelance conosce il nome di chi accetterà un compenso più basso. La paura del doppio è la paura di diventare obsoleti mentre si è ancora in vita. La cancellazione prima della sostituzione Charlie Kaufman porta la logica fino alle estreme conseguenze. In I’m Thinking of Ending Things, la protagonista non viene rimpiazzata. Anzi, viene cancellata prima ancora di esistere. Durante il lungo viaggio in auto verso la casa dei genitori del fidanzato, la sua biografia si sfalda. È pittrice, poi fisica, poi poetessa. Il suo nome cambia: Lucy, Louisa, Ames. Ogni ricordo che racconta appartiene a qualcun altro. È fatta di libri letti, di film visti, di citazioni altrui. Non ha una storia propria. Il fidanzato Jake l’ha creata. È un personaggio costruito con i detriti della sua cultura, un fantasma che serve a riempire il vuoto di una vita. Il sistema qui non ha nemmeno bisogno di sostituire qualcuno. Produce fantasmi direttamente. Kaufman smonta la retorica dell’identità autentica. Siamo tutti assemblaggi di merci culturali. Siamo playlist, cronologie, profili. Quando il sistema decide che non servi più, semplicemente smetti di esistere. Nessuna morte spettacolare, nessun licenziamento drammatico. Solo un progressivo dissolvimento. I social media hanno reso questa esperienza quotidiana. Un account viene sospeso e sparisce. Una community ti cancella e ricostruisce la tua reputazione in poche ore. I corpi digitali sono expendable quanto quello di Mickey. La differenza è che non serve una stampante quantistica per rimpiazzarli. Basta un nuovo profilo. Il sistema e i suoi scarti I tre film mappano un unico paesaggio. Mickey 17 mostra il corpo che diventa merce. Enemy mostra l’identità che diventa intercambiabile. I’m Thinking of Ending Things mostra la coscienza che si dissolve prima ancora di essere scartata. Sono tre stazioni di un percorso che la contemporaneità ha già tracciato. Il filosofo Zygmunt Bauman parlava di “scarti umani”: coloro che il sistema espelle perché superflui. Mentre Byung-Chul Han descrive la società della prestazione come un regime che sfrutta la psiche fino al burnout, per poi gettarla via. Il capitalismo contemporaneo funziona così: assorbe corpi, li consuma, li espelle. Non ha bisogno di giustificarli politicamente. La loro scomparsa è silenziosa, amministrativa, algoritmica. I dati confermano questa deriva. Negli ultimi vent’anni, il lavoro precario è cresciuto del 25% nei paesi OCSE. Oltre un terzo dei lavoratori globali è classificato come “vulnerabile”. La sostituzione non è più una minaccia futura. È la condizione presente. Mickey firma un contratto che lo rende sacrificabile. Noi lo firmiamo ogni giorno, quando accettiamo condizioni di lavoro che ci trattano come risorse temporanee. Quando affidiamo la nostra identità a piattaforme che possono cancellarla in un clic. Quando diventiamo fantasmi, come la protagonista di
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