Il lago delle oche selvatiche: la rivoluzione noir dalla Cina

Il lago delle oche selvatiche: la rivoluzione noir dalla Cina

Diao Yinan prende l’eredità di Orson Welles e la trasporta nelle periferie dello Hubei. Il risultato è un noir che non corre, ma che non molla mai lo sguardo. Zhou Zenong è in fuga. Ha rubato un’arma, ha sparato a un poliziotto, si nasconde tra le periferie della regione dello Hubei. La polizia lo cerca. La malavita lo vuole morto. L’unica persona che può aiutarlo è Liu Aiai, una prostituta che cerca redenzione e che gli chiede di fingersi suo complice per incassare una taglia e sparire insieme. Il lago delle oche selvatiche è un film che non concede tregua. Ma la tensione non arriva dall’azione. Arriva dall’atmosfera. Il noir che si prende il suo tempo Diao Yinan ha dichiarato di essersi ispirato al cinema di Orson Welles. La regola del noir classico diceva che la violenza è più efficace quando viene suggerita, non mostrata. Diao riprende questo principio e lo spinge all’estremo. Le esplosioni di brutalità esistono, ma sono rapide, secche, quasi invisibili nella pioggia e nel neon. Quello che resta sullo schermo è l’attesa. La fuga. La pressione psicologica di un uomo braccato. Nel noir americano, l’eroe in fuga si muoveva tra vicoli e jazz club. Qui siamo in Cina, e i vicoli sono zone industriali dismesse, periferie rurali, stanze d’albergo illuminate da insegne al neon. Il paesaggio è insieme alieno e universale. La globalizzazione ha uniformato anche le fughe. Il chiaroscuro che restringe il campo visivo La fotografia del film lavora di sottrazione. Le luci delle metropoli creano ombre che assorbono i personaggi. Come nel noir classico, il contrasto luce-ombra restringe il campo visivo. Ogni spazio diventa incerto. Ogni angolo potrebbe nascondere un nemico. Ogni persona potrebbe tradire. Diao usa il chiaroscuro per raccontare l’incertezza morale dei suoi personaggi. Zhou è un criminale, ma anche una vittima. Liu è una prostituta, ma anche l’unico personaggio con un progetto chiaro. La polizia è l’istituzione che dovrebbe proteggere, ma è anche il sistema che opprime. Bene e male si confondono in ogni fotogramma. Il film non giudica. Mostra. E nel mostrare, restituisce allo spettatore la responsabilità di capire da che parte stare. La libertà come merce di scambio Zhou e Liu vogliono sparire. Lui ha rubato un’arma a una gang e deve pagare le conseguenze. Lei si offre di aiutarlo in cambio di una parte della taglia. L’accordo sembra semplice, ma ogni passo verso la salvezza li avvicina alla trappola successiva. La libertà, nel film, è sempre una merce che qualcun altro possiede. E il prezzo da pagare cresce a ogni scena. La Cina contemporanea fa da sfondo a questo paradosso. Zhou e Liu vivono in un paese che ha conosciuto una crescita economica senza precedenti, ma che ha lasciato ai margini milioni di persone. Le periferie dello Hubei non sono diverse dalle banlieue francesi o dalle favelas brasiliane. Sono il luogo dove chi è stato espulso dal sistema cerca di sopravvivere con qualsiasi mezzo. La libertà è un lusso. La fuga è l’unica strategia possibile. L’eredità del cinema asiatico Diao Yinan si inserisce in una tradizione che ha già dato al noir una seconda vita. Wong Kar-wai ha usato il neon per raccontare la solitudine sentimentale. Johnnie To ha trasformato la malavita in un balletto esistenziale. Diao prende da entrambi, ma aggiunge una radicalità che mancava. Il suo noir non ha glamour. È sporco, umido, feroce. In una scena del film, Zhou e Liu si trovano su una barca in mezzo al lago delle oche selvatiche. La nebbia avvolge l’acqua. Il silenzio è totale. È il momento più vicino alla pace che i due protagonisti potranno mai raggiungere. Ma anche quel lago è una trappola. La libertà dei due amanti in fuga è un’illusione che durerà pochi minuti. Poi l’inseguimento riprende. La Cina che il cinema occidentale non vede Il cinema cinese che arriva in Occidente passa attraverso filtri precisi: le grandi produzioni storiche, il wuxia epico, qualche film d’animazione. Il cinema indipendente cinese, quello che racconta le contraddizioni del presente, è quasi invisibile. Il lago delle oche selvatiche è un raro esempio di film che arriva a raccontare una Cina scomoda. Non c’è la censura a impedire la distribuzione, ma l’indifferenza. Il pubblico occidentale è abituato a pensare alla Cina come a un blocco monolitico. I film come quello di Diao mostrano un’altra realtà: un paese frammentato, fatto di individui che lottano per sopravvivere, lontani dai grattacieli di Shanghai e dai palazzi del potere. La rivoluzione noir dalla Cina non è solo una questione di stile. È una questione di sguardo. Diao dimostra che il noir non ha bisogno di vicoli americani per funzionare. Ha bisogno di personaggi intrappolati tra il desiderio di libertà e l’impossibilità di raggiungerla. E di un lago avvolto nella nebbia, dove per un attimo tutto tace. Poi la caccia ricomincia. E la domanda rimane: qual è il prezzo da pagare per restare liberi? Zhou e Liu lo scopriranno nel modo più duro possibile. Senza redenzione. Senza via d’uscita. Come ogni vero noir che si rispetti.

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