Ci sono attori che il tempo trasforma in leggende. E poi c’è Robin Williams, una presenza che continua a vivere nel cuore di milioni di persone. Se oggi fosse ancora con noi, avrebbe compiuto 75 anni. A oltre dieci anni dalla sua scomparsa, basta rivedere Mrs. Doubtfire, L’attimo fuggente, Hook, Jumanji, Genio Ribelle o ascoltare la voce del Genio di Aladdin per ritrovare quella scintilla capace di emozionare ogni generazione.
Robin Williams trasformava ogni ruolo in qualcosa di profondamente personale. Ogni personaggio portava con sé un frammento della sua sensibilità, della sua ironia e della sua umanità e per questo che rende i suoi film ancora così vivi.
L’uomo che improvvisava tutto… anche per far sorridere qualcuno

La sua mente sembrava andare a una velocità impossibile da seguire. Sul set di Aladdin registrò così tante battute che gli animatori si trovarono a scegliere tra centinaia di improvvisazioni. Anche in Mrs. Doubtfire, alcune delle scene più amate nacquero sul momento, mentre il resto del cast cercava invano di trattenere le risate. Quel talento, però, trovava la sua espressione più bella lontano dalle telecamere.
Robin visitava spesso gli ospedali pediatrici lontano dai riflettori. Si fermava con i bambini, improvvisava personaggi, faceva ridere le famiglie e il personale sanitario. Erano gesti spontanei, compiuti con la stessa naturalezza con cui saliva su un palcoscenico.
Un contratto che valeva molto più di una firma
Dopo La leggenda del re pescatore, Robin Williams iniziò a inserire una clausola nei suoi contratti: ogni produzione avrebbe dovuto assumere alcune persone senza fissa dimora durante le riprese. Nel corso degli anni questa scelta contribuì a offrire migliaia di giornate di lavoro a persone che vivevano in condizioni difficili. Preferiva che fossero i fatti a parlare. Per lui offrire un’opportunità a chi ne aveva bisogno era un gesto naturale, parte del suo modo di stare al mondo.
L’amicizia che salvò Christopher Reeve
Tra le storie che raccontano meglio chi fosse Robin Williams ce n’è una che ancora oggi commuove. Dopo il grave incidente che lasciò Christopher Reeve paralizzato, l’attore precipitò in uno sconforto profondo. Un giorno, nella sua stanza d’ospedale, entrò un improbabile medico russo con un accento assurdo che insisteva per visitarlo. Era Robin Williams, completamente immerso in una delle sue irresistibili improvvisazioni.

Quella visita regalò a Reeve la prima vera risata dopo l’incidente. Anni più tardi avrebbe raccontato che proprio in quel momento ritrovò la voglia di continuare a vivere.
Dietro quel sorriso c’era una battaglia silenziosa
Per il pubblico Robin Williams era energia pura. Nella vita privata conviveva da tempo con depressione e ansia e, negli ultimi mesi, affrontava anche una grave malattia neurodegenerativa: la demenza a corpi di Lewy, diagnosticata soltanto dopo la sua scomparsa.
L’11 agosto 2014 il mondo rimase senza parole davanti alla notizia della sua morte. In seguito emerse che la malattia aveva profondamente compromesso il suo cervello, provocando ansia, insonnia, allucinazioni e un progressivo deterioramento cognitivo. Conoscere quella diagnosi permette oggi di guardare agli ultimi mesi della sua vita con uno sguardo più consapevole e restituisce tutta la complessità della battaglia che stava affrontando.
L’eredità di un uomo che ha fatto bene al mondo
Forse il motivo per cui Robin Williams continua a occupare un posto così speciale in noi va oltre il suo straordinario talento. Con lui abbiamo imparato che una risata può alleggerire anche i giorni più difficili, che la gentilezza lascia un segno profondo e che l‘empatia è uno dei doni più preziosi che una persona possa offrire.
Oggi avrebbe compiuto 75 anni. Il tempo passa, i film restano e, insieme a loro, resta quella sensazione che ogni volta ci accompagna quando sullo schermo compare il suo sorriso: per qualche istante, il mondo sembra davvero un posto un po’ più luminoso. E per tutti noi Robin Williams resterà sempre il nostro “Capitano, mio capitano”.
Fonti: Movieplayer, Il Cinegico, The Nytime


