La giuria ha consegnato la Palma d’Oro a un’opera monumentale e spietata. Un capolavoro chirurgico che sbancherà la stagione dei premi, ma che evidenzia un paradosso inquietante: ha ancora senso un riconoscimento che consacra l’arte isolandola dal pubblico?
La 79ª edizione del Festival di Cannes si è chiusa il 23 maggio 2026 con un verdetto che spiazza e affascina. La giuria, guidata dal maestro sudcoreano Park Chan-wook e composta da figure del calibro di Chloé Zhao, Stellan Skarsgård e Demi Moore, ha assegnato la Palma d’Oro a Fjord del regista rumeno Cristian Mungiu. È il settimo anno consecutivo che il distributore nordamericano Neon mette le mani sul film vincitore ancor prima della premiazione, confermandosi il predatore più letale e infallibile nel mercato del cinema d’autore.
Tuttavia, dietro i riflettori della Croisette si nasconde un cortocircuito commerciale enorme. Fjord è un film che pochissimi italiani vedranno. Nonostante la futura distribuzione nelle nostre sale affidata a BIM e una probabile, lanciatissima corsa verso gli Oscar come Miglior Film Straniero, questa pellicola si scontrerà con una realtà distributiva frammentata. In un’epoca in cui un prodotto di puro intrattenimento raggiunge milioni di visualizzazioni su Netflix in un singolo weekend, il cinema autoriale puro viene confinato nel circuito delle sale d’essai. Noi di Riot Magazine crediamo che la vera domanda da porsi oggi non sia sulla qualità del film, che è indiscutibile. La domanda è se i grandi festival siano diventati delle splendide bolle isolate, incapaci di dialogare con il pubblico reale.
L’anatomia di uno scontro culturale

Mungiu non costruisce un film per rassicurare lo spettatore. Per farlo, sceglie in modo intelligente due volti di assoluto richiamo: Sebastian Stan (che unisce la riconoscibilità del mondo Marvel a una solida credibilità drammatica) e Renate Reinsve (la magnetica protagonista di La persona peggiore del mondo).
Racconta la storia dei Gheorghiu, una coppia profondamente religiosa che si trasferisce in un remoto villaggio all’estremità di un fiordo in Norvegia. Lui è rumeno, lei è originaria del posto e insieme cercano un futuro stabile per i loro cinque figli. L’integrazione iniziale è una facciata perfetta. I due trovano lavoro e la comunità appare accogliente. Il collasso inizia quando lo stile di vita devoto e inflessibile della famiglia, che impone una rigida disciplina domestica priva di distrazioni digitali, si scontra con il progressismo della società locale.
Quando un insegnante nota dei lividi su una delle figlie, la scuola attiva immediatamente il protocollo del Barnevernet, l’inflessibile servizio norvegese di protezione dell’infanzia. Da quel momento il film si trasforma in una brutale autopsia sociologica.
La cronaca vera e il vuoto morale

Pochissimi lo stanno sottolineando con la dovuta attenzione, ma Fjord affonda le sue radici in un caso internazionale reale. Mungiu si ispira alla vicenda del 2015 di Marius e Ruth Bodnariu, una coppia a cui il Barnevernet sottrasse improvvisamente i figli accusandoli di indottrinamento e punizioni fisiche, senza fornire preavviso o possibilità di difesa. Quell’evento generò manifestazioni in decine di nazioni e petizioni da centinaia di migliaia di firme.
Il regista prende questa materia incandescente e la eleva a interrogativo universale. Mungiu si rifiuta di usare toni manichei. Non assolve le pratiche educative della famiglia, ma al contempo fotografa la gelida mostruosità burocratica di uno Stato iper-normativo che si arroga il diritto di invadere la sfera privata. È un’opera che parla al cuore dell’Europa contemporanea, esplorando l’immigrazione, la polarizzazione culturale e il sospetto istituzionale. Ci chiede esplicitamente chi abbia ragione quando due sistemi di valori, entrambi convinti della propria supremazia morale, collidono in modo irreparabile.
Il Palmarès completo: resistenza e consacrazione
La giuria ha premiato opere radicali, premiando un cinema europeo fortemente politico ed emotivo. Ecco tutti i riconoscimenti ufficiali di questa 79ª edizione:
- Palma d’Oro: Fjord di Cristian Mungiu.
- Grand Prix: Minotaur di Andreï Zvyagintsev. Un premio dal peso politico enorme, accompagnato dal coraggioso appello del regista dissidente russo direttamente contro le politiche belliche del Cremlino.
- Premio della Giuria: The Dreamed Adventure di Valeska Grisebach.
- Miglior Regia (ex aequo): Javier Calvo e Javier Ambrossi per La Bola Negra (accolto con 16 minuti di applausi) e Paweł Pawlikowski per Fatherland.
- Miglior Sceneggiatura: Emmanuel Marre per A Man of His Time.
- Miglior Attrice (ex aequo): Virginie Efira e Tao Okamoto per All of a Sudden del maestro Ryusuke Hamaguchi.
- Miglior Attore (ex aequo): Emmanuel Macchia e Valentin Campagne per Coward di Lukas Dhont, un potente racconto d’amore tra le trincee della Prima Guerra Mondiale.
- Caméra d’Or: Ben’Imana di Marie-Clémentine Dusabejambo.
- Palma d’Oro Cortometraggio: Para Los Contincantes di Federico Luis.
Fjord è destinato a far discutere i critici di tutto il mondo. Il nostro invito è quello di non lasciare che questa discussione rimanga confinata nei salotti dei festival. È un film difficile, dilatato e ostico, ma è esattamente il tipo di cinema che serve per decodificare le nevrosi della nostra società. Anche se l’algoritmo non ve lo suggerirà mai.


