Nel 1997, quando internet era ancora una promessa e i social media non esistevano, uno sconosciuto regista giapponese al suo primo lungometraggio girò un film che descriveva con precisione chirurgica il nostro rapporto con lo schermo, la celebrità e la dissoluzione dell’identità. Ad oggi, dopo quasi trentanni, Pefect Blue è una gemma rara del cinema d’animazione, e non solo, che ha previsto la società del nuovo millennio.
Mima Kirigoe canta sul palco di un teatro gremito. I fan agitano le braccia, scandiscono il suo nome, la adorano. Lei sorride e balla, mentre indossa un costume rosa. Quando torna nel suo appartamento, e si siede davanti al computer, scopre che qualcuno ha creato un sito web intitolato “Mima’s Room”. Qualcuno scrive ogni giorno fingendo di essere lei. Descrive la sua routine, i suoi pensieri, i suoi vestiti. La voce è così precisa, così intima, che per un attimo Mima dubita di sé stessa. Forse quella è davvero la sua vita. E forse lei è solamente una copia.
Satoshi Kon aveva trentaquattro anni quando diresse Perfect Blue, il suo primo lungometraggio. Prima di allora aveva lavorato come animatore, aveva scritto sceneggiature, aveva disegnato innumerevoli mondi ma sempre per altri registi. Il suo debutto alla regia fu un film che nessuno voleva produrre, con un budget ridicolo e una storia troppo violenta per il grande pubblico. Kon lo girò lo stesso, profondamente convinto che l’animazione potesse raccontare qualcosa che il cinema dal vero non poteva nemmeno sfiorare. Morì nel 2010, a quarantasei anni, lasciando dietro di sé quattro film e una serie televisiva. Oggi è considerato uno dei più grandi registi della storia del cinema. Perfect Blue è (forse) il suo capolavoro.
L’idolo e lo schermo

Mima decide di lasciare il gruppo pop in cui si esibisce per diventare attrice. È una scelta che il suo agente approva e incoraggia, ma che i suoi fan detestano. Il primo ruolo che le offrono è una parte minuscola in una serie poliziesca. Subito dopo le propongono una scena di stupro in un film. Mima accetta, e nel momento in cui il suo corpo viene finto violentato davanti a una macchina da presa, la sua identità inizia lentamente a sgretolarsi. Non sa più chi è. Non sa più se sta recitando o se sta vivendo.
Kon mette in scena questa dissoluzione con una tecnica che nessun regista dal vero avrebbe potuto replicare. L’animazione gli permette di confondere i piani di realtà senza stacchi netti, di far scivolare la coscienza di Mima da una scena all’altra senza che lo spettatore capisca dove finisce il set e dove comincia l’allucinazione. La scena dello stupro è il punto di svolta del film. È una sequenza così cruda e allo stesso tempo meticolosa nella sua violenza, che ancora oggi risulta quasi insostenibile. Kon non la mostra per voyeurismo. La mostra perché è esattamente quello che l’industria dell’intrattenimento fa alle donne: le consuma, le svuota e infine le getta via. Mima, in quel momento, muore come idolo, e rinasce come fantasma.
La stanza degli specchi

Il film è costruito come una matrioska di riflessi. C’è la Mima reale, quella che mangia da sola nel suo appartamento e guarda i pesci rossi nell’acquario, e c’è la Mima attrice, quella che recita la parte della vittima e che cerca disperatamente di essere presa sul serio. C’è la Mima virtuale, quella del sito web, scritta da qualcuno che la conosce meglio di quanto lei conosca sé stessa, e c’è anche la Mima allucinazione, il fantasma dell’idolo che la perseguita, che la deride, che le dice che non è più nessuno. Che lei non conta niente.
Queste quattro identità entrano in collisione, si fondono e confondono con una violenza crescente. Kon usa specchi, finestre, schermi di computer come soglie tra i mondi. Mima si guarda allo specchio e vede un’altra Mima che la fissa. Mima cammina per strada e il suo riflesso si moltiplica nelle vetrine. Mima è ovunque e da nessuna parte. La scena in cui corre per le strade di Tokyo, inseguita dal suo stesso doppio, è un capolavoro di montaggio e terrore visivo. Non sappiamo più chi stia guardando chi. Forse è direttamente il film che guarda noi.
La vera colpevole

Il finale del film rivela che la mente dietro “Mima’s Room” non è un fan ossessionato, ma Rumi, la sua stessa manager. È lei che ha scritto ogni parola del diario virtuale, che ha ucciso le persone intorno a Mima, che ha cercato di uccidere Mima stessa per prendere il suo posto. Rumi è il doppio definitivo, la fan che diventa l’idolo, l’idolo che diventa carnefice di sé stesso. Quando Rumi indossa l’abito di Mima e cerca di pugnalarla, non sta combattendo contro una persona. Sta combattendo contro un’immagine. E l’immagine, alla fine, la distrugge.
Kon aveva capito tutto. Nel 1997, quando internet era ancora una curiosità per pochi, aveva già compreso che lo schermo sarebbe diventato il nostro specchio, che l’identità online avrebbe divorato quella reale, che il confine tra pubblico e privato si sarebbe dissolto. Le domande che Perfect Blue pone sono le stesse che ci poniamo oggi davanti ai nostri profili social: chi stiamo interpretando? Per chi lo stiamo facendo? E cosa resta di noi quando spegniamo lo schermo?
La scia di sangue che Rumi lascia sul palco vuoto, nell’ultima inquadratura del film, è la firma di Kon. Non c’è redenzione né c’è guarigione. C’è solo la consapevolezza che l’immagine di noi che offriamo al mondo è sempre, in qualche misura, una menzogna, e che qualcuno, là fuori, la sta già rubando.
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