Il più grande fallimento narrativo di Hollywood ha il volto di Brad Pitt

Perché Hollywood non è mai riuscita a capire l'Ira di Achille

Il cinema commerciale non accetterà mai l’abisso morale di Omero. Ecco perché.

L’industria cinematografica non ha mai capito l’Ira di Achille e, per questo motivo strutturale, non riuscirà mai a portare la vera Iliade sul grande schermo. Il cinema mainstream ha un disperato bisogno di eroi che si redimono, figure empatiche che compiono un percorso di crescita etica per rassicurare lo spettatore. Omero, al contrario, ci consegna un assassino furioso, ossessivo e totalmente irrecuperabile. Questo cortocircuito ideologico ha condannato ogni adattamento dell’epica greca, trasformando la più feroce storia di sangue dell’antichità occidentale in una serie di dimenticabili drammi romantici.

Il massacro concettuale degli Studios

troy 2

La regola del fallimento non conosce eccezioni. Da pellicole ingenue come Helen of Troy del 1956, fino ad arrivare alla recente e disastrosa serie Netflix Troy: Fall of a City del 2018, l’approccio è sempre lo stesso. Il tentativo più ambizioso e catastrofico rimane però il Troy diretto da Wolfgang Petersen nel 2004. Un’operazione da centinaia di milioni di dollari che schiera Brad Pitt nei panni di un Pelide muscolare, eppure incomprensibilmente tormentato, contrapposto a un Eric Bana che interpreta un Ettore nobile e dai valori moderni.

Per compiacere i focus group e le ferree logiche di mercato, la sceneggiatura commette un vero omicidio architettonico. Elimina del tutto l’intervento degli dèi, riduce una guerra decennale e logorante a un weekend di scaramucce visivamente patinate, e degrada la titanica lite tra Achille e Agamennone a un banale battibecco da retroscena aziendale.

L’ossessione hollywoodiana per la redenzione

troy 3

La vera catastrofe risiede però nell’arco di trasformazione imposto artificialmente al protagonista. L’Achille di Petersen subisce il classico trattamento da manuale di sceneggiatura. Deve assolutamente redimersi. Il sistema richiede personaggi centrali positivi, figure in cui il pubblico pagante possa specchiarsi senza provare alcun senso di repulsione. Di conseguenza, il predatore spietato del poema omerico viene riscritto a tavolino. Salva la principessa Briseide, muore tragicamente per un amore inventato e si trasforma in un eroe convenzionale. Si tratta di una scelta perfetta per superare i test del box office globale, ma che costituisce un abominio letterario.

L’Achille di Omero non cerca e non ottiene mai alcuna redenzione. La parola esatta che apre l’intero poema è Menis. Un termine greco specifico che non indica la semplice e passeggera rabbia umana. La Menis è una collera divina, un’aberrazione della natura, un gorgo oscuro che consuma fatalmente chi la prova e devasta chi gli gravita attorno. Il cinema mainstream sa gestire la rabbia inquadrandola come un banale difetto temporaneo che il protagonista deve superare nel terzo atto. È tuttavia terrorizzato all’idea di mettere in scena un protagonista che diventa letteralmente un mostro. Omero non ci chiede mai di simpatizzare per lui. Ci impone di restare immobili a fissare la sua violenza ingiustificabile.

Il tabù visivo del corpo di Ettore

troy 4

La prova del fuoco di questa incomunicabilità esplode nel trattamento riservato al corpo di Ettore. Nel testo originale, Achille trascina il cadavere del principe troiano, legato al proprio carro, intorno alle mura della città assediata per dodici giorni consecutivi. È un atto prolungato di profanazione totale, una brutalità disturbante che annienta ogni concetto di onore militare.

Se un regista contemporaneo filmasse questa sequenza con il rigore psicologico e la durata necessari, il pubblico in sala proverebbe un sincero disgusto verso il volto in locandina. Per questo motivo esatto il cinema edulcora l’azione, accorcia la straziante tortura a una rapida scena di transizione e si affretta verso la risoluzione diplomatica. L’industria non può permettersi un eroe che compie crimini di guerra per puro e sadico sfogo luttuoso.

L’inganno del perdono finale

troy 5

Anche il climax emotivo finale subisce una manipolazione chirurgica. Nel momento in cui il re Priamo si infiltra nell’accampamento nemico e supplica l’assassino di suo figlio gettandosi in ginocchio, Achille cede e restituisce il corpo mutilato. Hollywood ha sempre interpretato e filmato questa scena come il definitivo momento della guarigione, l’istante in cui il guerriero ritrova la propria umanità smarrita.

Niente di più falso. Achille non compie quel gesto per compassione moderna o per pacifismo. Lo fa unicamente perché, osservando quel volto segnato dal dolore, riconosce nel vecchio re in lacrime il riflesso esatto del proprio padre, a sua volta destinato a piangerne la morte imminente in terra straniera. Si tratta di un durissimo momento di condivisa disperazione esistenziale. Non c’è l’ombra di una catarsi hollywoodiana in quello sguardo.

troy 6

L’Iliade non è mai stata un manuale di virtù per spettatori in cerca di modelli di comportamento. È un freddo e calcolato trattato sulla collera e sulla sua totale irresolvibilità. Hollywood ha il disperato bisogno di chiudere le proprie storie con una morale rassicurante, un meccanismo psicologico necessario per giustificare il prezzo del biglietto. L’ultima, potente immagine del poema ci consegna Priamo intento a seppellire i resti straziati di Ettore, mentre la guerra continua inesorabile sullo sfondo. Non c’è consolazione possibile. Rimangono solamente polvere, sangue e l’eco sorda di una furia inestinguibile. Ed è esattamente per questa incapacità di accettare il vuoto dell’animo umano che la macchina da presa continuerà a cercare una redenzione che l’autore si era esplicitamente rifiutato di scrivere.

Torna in alto