Il film di Josh Safdie con Timothée Chalamet si è depositato nella coscienza critica come un oggetto straniante. Non è un biopic sportivo, non è una tragedia, non è una commedia: è la cronaca di una caduta che non arriva mai, e forse è proprio questo il suo cuore segreto.
Sono passati quattro mesi da quando Marty Supreme è arrivato nelle sale, e il dibattito che ha generato è più interessante del film stesso. O forse è il film stesso a essere costruito per generare dibattito, per sfuggire alle definizioni, per sgusciare via ogni volta che qualcuno prova a etichettarlo.
Josh Safdie, al suo primo lungometraggio da solista dopo la separazione artistica dal fratello Benny, ha preso la storia vera di Marty Reisman — il più grande giocatore di ping pong che l’America abbia mai prodotto — e l’ha trasformata in qualcosa che assomiglia a un sogno febbrile. Ma il sogno, a quattro mesi di distanza, ha iniziato a mostrare le sue crepe. E le crepe, come sempre nei film dei Safdie, sono la parte più interessante.
La critica e il fantasma del fratello

La prima ondata di recensioni ha elogiato la performance di Chalamet con l’unanimità che si riserva ai miracoli attesi. “Una trasformazione fisica senza precedenti”, hanno scritto. “Il miglior Chalamet di sempre”, hanno ribadito. Ma sotto la superficie degli elogi si annidava un sospetto, e col passare delle settimane quel sospetto è diventato una voce sempre più forte: Marty Supreme è un film dei Safdie a cui manca un Safdie. Josh, senza Benny, ha perso qualcosa. Forse l’urgenza. Forse il caos. Forse quella capacità unica di trasformare l’ansia in forma cinematografica che aveva fatto di Uncut Gems un’esperienza fisica prima ancora che estetica.
“Un meccanismo di precisione che però non pulsa come il cuore impazzito di Good Time”, ha scritto il New Yorker. “Safdie ha domato il suo stesso demone”, ha aggiunto Variety con una punta di delusione. La regia è impeccabile, le inquadrature sono studiate con la cura di un orologiaio, la colonna sonora alterna silenzio e frastuono con l’intelligenza di chi conosce il mestiere. Ma l’intelligenza, nel cinema dei Safdie, non è mai stata la qualità principale. La qualità principale era la capacità di farti sentire in trappola. E Marty Supreme, per quanto tecnicamente superbo, non intrappola mai.
Chalamet e la maledizione del corpo perfetto

Chalamet ha passato sei mesi a prepararsi. Ha vissuto con giocatori di ping pong, ha studiato i filmati di Reisman, ha imparato a torcere il polso con quella angolazione innaturale che produce effetti imprevedibili sulla pallina. La sua dedizione è visibile in ogni fotogramma, e forse è proprio questo il problema. La dedizione si vede troppo. In Uncut Gems, Adam Sandler non sembrava recitare: sembrava sopravvivere. In Marty Supreme, Chalamet sembra aver studiato. La differenza è sottile ma decisiva, ed è la stessa che separa un atleta da un attore che interpreta un atleta.
C’è una scena che circola molto sui social, diventata virale per ragioni che vanno oltre il cinema. Marty ha appena perso una partita importante, e il suo corpo si affloscia su una sedia con l’abbandono di un burattino a cui hanno tagliato i fili. È un momento di vulnerabilità assoluta, e Chalamet lo esegue con una precisione tecnica che toglie il fiato. Ma a quattro mesi di distanza, riguardando la scena, si avverte qualcosa di strano: la posizione del corpo è troppo perfetta. La luce che cade sulla clavicola è troppo pittorica. La sedia è troppo ben posizionata nell’inquadratura. Safdie ha costruito un quadro, non una ferita. E la differenza, per chi ha amato Heaven Knows What o Good Time, è incolmabile.
Il tavolo da ping pong come specchio

Forse la chiave per capire Marty Supreme sta proprio nella sua ossessione per la superficie. Il ping pong è uno sport di rimbalzi, di angoli, di traiettorie. La pallina tocca il tavolo e riparte, e ogni colpo è una conversazione tra due superfici. Safdie trasforma questa dinamica in una metafora visiva: la macchina da presa rimbalza tra i volti, tra le epoche, tra i ricordi e le allucinazioni, senza mai fermarsi abbastanza a lungo per lasciare un segno. Il film è una serie di tocchi rapidi, di effetti speciali narrativi, di svolte improvvise che non portano da nessuna parte. Come il ping pong, appunto.
Reisman era un uomo che aveva fatto della superficie la sua casa. Negli anni ’50 e ’60, quando il ping pong era ancora uno sport da scantinato, lui riempiva i teatri con esibizioni in cui scommetteva di battere chiunque usando oggetti improbabili: una padella, un libro, una scarpa. Era un entertainer prima che un atleta, e Safdie lo dipinge come un uomo che ha sempre vissuto sulla soglia tra lo spettacolo e la truffa. Il problema è che il film stesso, a volte, sembra più interessato alla superficie che a ciò che sta sotto. Le immagini sono splendide, i costumi sono perfetti, la fotografia di Darius Khondji trasforma ogni scantinato in un quadro di Hopper. Ma sotto la superficie, cosa pulsa?
La solitudine del campione senza avversario

Uno dei temi più discussi nelle recensioni postume è la solitudine di Marty. Il film la mostra, la dichiara, la mette in scena con una sequenza dopo l’altra: Marty che mangia da solo in un diner, Marty che fissa il soffitto di una stanza d’albergo a Pechino, Marty che riceve un premio e si guarda intorno scoprendo che nessuno dei presenti ha mai visto una sua partita. Ma mostrare non è sufficiente. La solitudine, al cinema, deve essere sentita. E Marty Supreme la pensa più di quanto la faccia provare.
Forse è un problema di scrittura. La sceneggiatura, firmata da Safdie con Ronald Bronstein, è piena di dialoghi brillanti e monologhi taglienti. Ma i silenzi, che nel cinema dei Safdie erano sempre stati la vera lingua madre, qui sono riempiti da una colonna sonora onnipresente, da una regia che non si fida mai abbastanza del vuoto. In Good Time, il silenzio di Robert Pattinson dopo una notte di fuga diceva più di qualsiasi parola. In Marty Supreme, Chalamet parla anche quando sta zitto. È un attore troppo espressivo per un regista che ha sempre preferito i volti chiusi.
La partita contro sé stesso

A quattro mesi dall’uscita, il film ha incassato bene ma non benissimo. La critica lo ha trattato con rispetto, ma senza l’entusiasmo che aveva accolto Uncut Gems. Chalamet ha ottenuto una nomination ai Golden Globe, ma la corsa all’Oscar sembra già chiusa. Marty Supreme è un film che ha diviso, e forse la divisione più profonda è quella tra chi cerca nel cinema dei Safdie l’adrenalina e chi è disposto ad accettare una versione più meditativa, più controllata, più adulta del loro stile.
Josh Safdie ha dichiarato in un’intervista recente che questo film rappresenta per lui “una transizione necessaria”. Ha detto di aver voluto esplorare “la solitudine del campione”, e forse, senza volerlo, ha finito per raccontare anche la solitudine del regista che perde il suo compagno di strada. Benny Safdie, nel frattempo, ha diretto The Smashing Machine con Dwayne Johnson e ha già annunciato un nuovo progetto con A24. I due fratelli non lavorano più insieme, e Marty Supreme è il primo capitolo di una separazione che il cinema americano non ha ancora metabolizzato.

Forse è questo il vero tema del film: cosa succede a un uomo quando perde il suo doppio. Reisman perse il suo rivale storico, il campione cinese che lo aveva battuto in finale. Safdie ha perso suo fratello. E Marty Supreme, il personaggio, passa tutto il film a cercare un avversario all’altezza, qualcuno che lo costringa a essere migliore, qualcuno che lo guardi mentre gioca. Quando finalmente lo trova, il film è già finito. La partita decisiva non la vediamo. Forse perché non è mai stata giocata. Forse perché l’unico avversario di Marty è sempre stato il suo riflesso nel vetro di una finestra, alle due del mattino, in una città che dorme. E il ping pong, in fondo, è solo il rumore di una pallina che rimbalza nel vuoto.


