Blade Runner 2049: la verità è un lusso che nessuno può permettersi

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In un mondo dove i ricordi sono impiantati, l’amore è un algoritmo e le città radioattive sono bugie, l’unica verità possibile è la scelta.

K bussa alla porta di Sapper Morton, un replicante Nexus-8 che si finge coltivatore di larve in una serra gialla come l’ambra. Sapper sa di essere stato scoperto, e mentre K lo uccide gli dice: “Ti stavo facendo un favore”. La verità, in quel momento, è che Sapper ha protetto un segreto per trent’anni, e che quel segreto sta per seppellire ogni certezza su cui il mondo di K è costruito. Poche scene dopo, K scopre i resti di una donna sepolta sotto la serra. Rachael. La replicante che aveva fatto impazzire Deckard. Ha partorito, e il miracolo della nascita manda in frantumi il pilastro che separa umani e replicanti. Il muro è una menzogna. La verità è che tutti possono generare, amare, essere rimpiazzati.

Il muro e la storia che lo tiene in piedi

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Il tenente Joshi, superiore di K, glielo dice senza giri di parole: “Il mondo è costruito su un muro. Separa due tipi di persone. Se dici a un replicante che può avere un’anima, butti giù quel muro”. La verità non è una questione di fatti: è una questione di ordine pubblico. Il sistema ha bisogno che i replicanti si credano inferiori, e per farlo ha inventato una storia. I replicanti non hanno anima, non hanno infanzia, non hanno madre. Sono cose, non persone. La storia funziona perché è semplice, e perché chi prova a smontarla viene eliminato.

K è un detective, e il suo lavoro è cercare la verità. Ma la verità che scopre è così pericolosa che persino lui, un Nexus-9 progettato per obbedire, inizia a dubitare. Quando trova il cavallo di legno tra le rovine dell’orfanotrofio, e il ricordo della data impressa sul legno coincide con un suo flashback d’infanzia, K si convince di essere speciale. È il bambino nato da Rachael. È il miracolo. Ma la verità è un’altra: il cavallo non è suo, il ricordo è impiantato, K è un replicante qualunque. L’unica cosa vera è la sua capacità di scegliere cosa fare dopo.

Joi e la menzogna che funziona

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Joi è un’intelligenza artificiale che vive in un proiettore portatile. Compare in cucina con il grembiule, si materializza sul tetto del palazzo mentre piove, dice a K tutto ciò che lui ha bisogno di sentirsi dire. È un prodotto commerciale, progettato per adattarsi ai desideri dell’utente, e ogni sua parola è un algoritmo travestito da carezza. Eppure K la ama. E Joi, nel limite del suo codice, sembra ricambiare.

La scena in cui Joi assume Mariette, una prostituta replicante, per fare l’amore con K attraverso il suo corpo è un tour de force visivo e concettuale. Due donne, una digitale e una fisica, si sovrappongono per offrire a K un’esperienza che assomiglia all’intimità. Il montaggio sfuma i corpi, li confonde, li fonde. Per un attimo, K è felice. Poi Joi viene distrutta da Luv, la replicante al servizio di Wallace, e la sua ultima parola è “Ti amo”. K sa che è una frase programmata. Sa che Joi diceva “Ti amo” a chiunque pagasse per averla. Eppure quella menzogna, in quel momento, è l’unica verità che gli resta.

Il film non risolve il paradosso: lo lascia aperto. Joi era reale? L’amore che K provava era reale? La risposta è una domanda ulteriore: se una menzogna ti dà la forza di sacrificarti per qualcuno, in cosa differisce dalla verità?

Las Vegas e la bugia radioattiva

Il dettaglio che riscrive l’intero film è nascosto in piena vista. A K dicono che Las Vegas è una zona morta, contaminata da una bomba radioattiva. Ma quando arriva, trova alveari con api che producono miele. Gli insetti sopravvivono alle radiazioni, ma per il miele servono milioni di fiori, e un suolo tossico e sterile non può sostenere un ecosistema del genere. Le radiazioni sono svanite. La città morta è una bugia. Deckard ha diffuso la voce per nascondersi, e il sistema ha lasciato che la menzogna si propagasse perché era utile a tutti. Un intero deserto trasformato in prigione dorata da una fake news.

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È la chiave di volta del film, e anche la sua tesi più amara. Il potere non ha bisogno di catene. Gli basta raccontare una storia, e la gente ci crede. Las Vegas radioattiva, il muro che separa umani e replicanti, il confine tra memoria vera e memoria impiantata: tutto è narrazione, e ogni narrazione serve a tenere qualcuno al suo posto.

La scelta come unica verità

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K scopre di essere un replicante qualunque, senza un passato vero e senza un futuro garantito. E invece di crollare, decide di agire comunque. Salva Deckard, lo riporta dalla figlia, muore sulla neve con una serenità che nessun umano del film riesce a raggiungere. “Più umano dell’umano” era lo slogan della Tyrell Corporation nel primo Blade Runner. K lo realizza senza nemmeno saperlo, nel momento esatto in cui smette di cercare un’anima e inizia a usarne una.

La verità non è ciò che trovi. È ciò che fai dopo averlo trovato. K ha scoperto che il suo ricordo più prezioso era falso, che la donna che amava era un prodotto, che il miracolo che cercava apparteneva a qualcun altro. Ha perso tutto, e proprio per questo ha scelto. Ha restituito a Deckard sua figlia, ha smontato l’ultimo muro, ha fatto la cosa giusta senza testimoni e senza ricompensa. La verità non è un dato. È una decisione.

La neve e il foglio bianco

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Villeneuve riprende la morte di K con una camera fissa che non concede eroismo. Non c’è musica trionfale, non c’è inquadratura dal basso. Solo un uomo disteso sulla neve, una mano aperta, il respiro che rallenta. La neve si posa sul suo volto, e lui la guarda sciogliersi con la stessa attenzione con cui Roy Batty, trent’anni prima, guardava la pioggia. Ma K non fa discorsi. K muore in silenzio, e mentre la neve lo copre, l’ultimo fotogramma è bianco. Come un foglio su cui qualcun altro scriverà la storia.

In un mondo di menzogne, K ha trovato l’unica verità che conta: quella che si sceglie. Non serve un’anima per averne una. Basta un gesto. E K, che non aveva niente, ha avuto tutto. Per un attimo, prima della neve.

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