The Apprentice: il sistema crea mostri e li chiama vincenti 

The Apprentice: il sistema crea mostri e li chiama vincenti 

Sul pavimento di marmo rosa della Trump Tower, in una stanza attigua, Roy Cohn sta morendo con il corpo divorato dall’AIDS. La voce ormai ridotta a un rantolo, mentre il suo pupillo, che lui stesso ha addestrato alle regole del potere, ha smesso di rispondere alle chiamate e lo guarda spegnersi con la stessa attenzione che si riserva a un vecchio elettrodomestico. Perché l’ultima lezione è esattamente questa: l’umanità è un costo che il vincente taglia senza voltarsi indietro.

The Apprentice: il sistema crea mostri e li chiama vincenti 

Ali Abbasi, regista iraniano naturalizzato danese, arriva a Cannes nel 2024 con un film che la campagna di Trump ha già provato a bloccare con minacce legali, e il motivo si capisce dopo dieci minuti di visione. The Apprentice non è un biopic ma un referto clinico, la dissezione fredda di come il capitale crea un corpo e lo abita fino a svuotarlo di ogni residuo umano.

Le tre regole e il patto faustiano

The Apprentice: il sistema crea mostri e li chiama vincenti 

New York, 1973: Donald Trump non ha ancora il broncio da copertina, è soltanto il figlio di Fred Trump, palazzinaro del Queens che riscuote gli affitti bussando porta a porta mentre il padre viene indagato per discriminazione razziale contro gli afroamericani. Un ragazzo giovane, ambizioso e già ossessionato dai ricchi che al Le Club, il locale dell’élite newyorkese, incrocia lo sguardo di Roy Cohn, l’avvocato più spietato d’America, lo stesso che a 23 anni aveva mandato a morte i coniugi Rosenberg e che era stato il braccio destro di McCarthy nella caccia ai comunisti.

Abbasi gira la scena dell’incontro con una camera a spalla che vibra di attrazione e repulsione, mentre Cohn fissa Trump come un biologo davanti a una piastra di Petri, perché non vede un cliente ma una cavia: un corpo giovane, alto, biondo, perfetto per essere addestrato. “Sei come Robert Redford”, gli dice, e poi comincia a sussurrargli le tre regole con la voce di chi ha già vinto: attacca, attacca, attacca; non ammettere mai niente, nega tutto; rivendica sempre la vittoria, anche quando hai perso, mai ammettere la sconfitta.

Cohn non sta insegnando a Trump come si fa impresa, gli sta inoculando un software in cui la verità diventa una variabile negoziabile. La realtà si trasforma in qualcosa che imponi agli altri e la legge si riduce a un attrezzo per punire i nemici e proteggere gli amici. Il film è la cronaca di questa installazione: scena dopo scena, Trump perde pezzi di ciò che lo rendeva umano e guadagna in cambio l’invincibilità.

Il corpo del mostro

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Sebastian Stan costruisce un Trump che si trasforma sotto i nostri occhi, con la voce che si abbassa gradualmente, le spalle che si incurvano in avanti e il labbro che si arriccia in una smorfia di disprezzo, mentre i gesti diventano meccanici come se il corpo eseguisse un programma invece di esprimere un sentimento. Jeremy Strong, dal canto suo, è una forza autentica e vitale: il suo Roy Cohn ha occhi da tartaruga che sporgono in cerca di prede, una tensione permanente nel collo e la voce roca di chi ha passato la vita a impartire ordini.

The Apprentice: il sistema crea mostri e li chiama vincenti 

La cinepresa di Abbasi indugia sulle loro facce come un bisturi, trasformando ogni ruga, ogni tic, ogni silenzio in un sintomo, perché Abbasi proviene dal cinema di genere e sia Border che Holy Spider erano già anatomie della mostruosità, ma qui la mostruosità non è innata bensì appresa: basta un buon insegnante.

Ivana e la violenza del sistema

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Il film ha generato polemica per la scena in cui Trump violenta la moglie Ivana, interpretata da Maria Bakalova, e il team di Trump lo ha definito “pura spazzatura diffamatoria”. Ma Abbasi non cerca il sensazionalismo, perché quella scena, girata in penombra con un’inquadratura che non concede mai lo spettacolo del corpo femminile, è la logica conclusione delle tre regole di Cohn, dove “attacca, attacca, attacca” non vale solo per gli affari ma per ogni relazione umana, e la donna diventa prima un trofeo da esibire e poi un ostacolo da piegare.

Ivana non è una vittima passiva, perché Bakalova le restituisce un’ambizione speculare a quella del marito: vuole la Trump Tower, i marmi rosa, il potere che Trump promette, e quando capisce che quel potere passa attraverso l’annullamento di sé, è troppo tardi.

Il metodo Cohn: l’invenzione della post-verità

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Cohn morì nel 1986, quattro anni prima che Trump comprasse la sua prima pagina di giornale, ma il suo lascito è più vivo che mai, perché le tre regole che Abbasi mette in scena nel film sono diventate il fondamento di un’intera epoca politica: negare l’evidenza, attaccare chi accusa, rivendicare la vittoria a prescindere dai fatti. La post-verità non è nata con i social media, è stata brevettata nei ristoranti di Manhattan dove Cohn insegnava a Trump a riscrivere la realtà.

Il film lo sa, e infatti la prima inquadratura dopo i titoli di testa è un’intervista televisiva di Richard Nixon che dichiara “Io non sono un criminale” fissando la camera con la stessa convinzione con cui Trump, decenni dopo, avrebbe dichiarato di aver vinto le elezioni che aveva perso. La menzogna come architettura, l’illusione come materiale da costruzione.

La solitudine del mostro

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Nelle ultime scene, Trump è solo, ha tutto ciò che voleva: ha tradito il padre, fagocitato Cohn, umiliato la moglie, costruito la torre che svetta su Manhattan. Eppure la camera di Abbasi lo riprende come un fantasma che vaga per stanze piene di mobili pacchiani e nessuna presenza umana Il trionfo del metodo Cohn è anche la sua condanna: non puoi passare la vita a divorare le persone e lamentarti di non averne accanto.

Il New York Times ha scritto che il film “umanizza il suo protagonista”, ed è vero in un senso che ribalta l’accezione comune: umanizzare Trump significa mostrare che la sua mostruosità non è sovrumana ma banale, replicabile, accessibile. Chiunque abbia un mentore abbastanza spietato e un’etica abbastanza flessibile può diventare Trump, e questa è la vera accusa del film: non che Trump sia un alieno, ma che sia un prodotto, il prodotto più riuscito del capitalismo americano di fine secolo.

Il cinema come specchio opaco

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La critica si è divisa, con chi ha accusato Abbasi di superficialità sostenendo che il film “non dice niente di nuovo” e si limita a constatare che Trump è stato creato da Cohn, ma è proprio questa la tesi: The Apprentice non cerca di spiegare Trump con la psicologia, lo spiega con la sociologia, e non è un biopic sui traumi infantili ma un documentario mascherato da finzione su come il potere si trasmette, si addestra e si espande.

Il film si chiude con Trump che commissiona a un chirurgo plastico la riduzione della calvizie e l’eliminazione del doppio mento, l’ultimo pezzo di sé che cede all’immagine. L’uomo vero, il True Man, è scomparso da tempo, e resta il prodotto, che sorride allo specchio, si aggiusta il colletto e ripete le tre regole. Attacca, attacca, attacca.

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