Ci sono periodi nella vita in cui il silenzio in casa diventa troppo pesante da sopportare. Magari è finita una storia importante, o semplicemente ci si sente invisibili in mezzo alla gente, spenti, come se fossimo bloccati in una stanza a guardare gli altri vivere. Quando Spike Jonze ha scritto Her, ha raccontato esattamente questo momento qua. Theodore è uno di noi: lavora, cammina per strada con le cuffie, torna a casa e si rifugia nei videogiochi per non pensare che il letto è troppo grande e vuoto.
Quella voglia di essere ascoltati
La svolta del film la conosciamo: Theodore compra un sistema operativo con un’intelligenza artificiale, Samantha, e inizia a parlarci. E la cosa pazzesca è che Samantha lo ascolta. Non lo giudica, ride alle sue battute e gli chiede come sta. Fa male ammetterlo, ma la parte più reale di questo film di fantascienza è proprio questa: a Theodore non importa che lei non abbia un corpo. A lui basta sentire una voce che si interessa a lui. È lo stesso motivo per cui oggi passiamo le serate a scrollare i social, a mandare messaggi a persone lontane o a cercare disperatamente un “like”. Abbiamo una fame disperata di connessione, di calore, di qualcuno che ci dica: “Ti vedo, ci sono”.

La paura di rischiare di nuovo
Il film ci mette davanti a uno specchio scomodo. Scegliere uno schermo o una voce virtuale è facile, sicuro. Un computer non ti spezza il cuore, non ti dice bugie e non ti lascia, su due piedi, la mattina dopo. La realtà invece è un casino: le persone vere feriscono, deludono e pretendono impegno, anche quando non riescono a darlo.b E forse la parte più dolorosa di Her è proprio questa: nemmeno Samantha resta ferma ad aspettarlo. Cresce, cambia ed evolve oltre Theodore.
Come fanno le persone vere. Il film ci ricorda che anche la connessione più perfetta del mondo non può salvarci dalla paura di perdere qualcuno o dal fatto che gli altri, prima o poi, cambiano. La solitudine di Theodore è la nostra ogni volta che preferiamo mandare un messaggio piuttosto che fare una telefonata, ogni volta che ci nascondiamo dietro a una chat per paura di rimetterci in gioco e soffrire ancora.

Her non ci vuole giudicare o far sentire in colpa perché siamo attaccati al telefono, anzi ci abbraccia nelle nostre fragilità. Ci dice che va bene sentirsi persi e cercare conforto dove si può, ma ci ricorda anche che la vita, quella vera, è fuori da quello schermo. È imperfetta, fa paura, ma è l’unica che abbiamo.


