Disclosure Day: Spielberg ci chiede se vogliamo davvero sapere la verità (e la risposta è complessa)

Disclosure Day: Spielberg ci chiede se vogliamo davvero sapere la verità (e la risposta è complessa)

Quasi cinquant’anni dopo Incontri ravvicinati, il maestro dell’immaginario hollywoodiano torna a guardare le stelle. Ma questa volta non c’è spazio per la meraviglia. C’è solo il collasso della fiducia nelle istituzioni e una domanda politica a cui nessuno vuole rispondere.

“Quando ho detto che volevo fare un film sugli UFO, tutti hanno pensato: beh, vuoi fare un film sul National Enquirer?” La confessione di Steven Spielberg, rilasciata al festival SXSW, fotografa alla perfezione il pregiudizio culturale che da decenni soffoca il tema extraterrestre. Eppure, con Disclosure Day (nelle sale italiane dal 10 giugno 2026, con due giorni di anticipo rispetto agli Stati Uniti), il più grande costruttore di miti del cinema contemporaneo vuole andare ben oltre la fantascienza da discount. Cerca la collisione frontale con le nevrosi che attanagliano il nostro presente.

Cinquant’anni dopo, la fine della meraviglia

incontri ravvicinati del terzo tipo

Nel 1977, Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo guardava al cielo con un senso di stupore puro e quasi religioso. Oggi le regole del gioco sono irreparabilmente cambiate. Come suggerito da Josh O’Connor e Emily Blunt in una recente intervista, Disclosure Day agisce come un vero e proprio seguito spirituale di quel capolavoro. Disclosure Day non si limita ad essere un seguito del cult del 1977; è una risposta anagrafica e filosofica a domande poste più di mezzo secolo fa.

Nel 2026 molte persone non sono più disposte a credere alla magia. Viviamo immersi in guerre informative, deepfake, intelligenza artificiale e un collasso totale della fiducia verso l’autorità. Un film sugli alieni, oggi, parla della nostra totale incapacità di distinguere il vero dal falso.

L’infezione della verità e il peso dei report UAP

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La sceneggiatura, firmata da David Koepp su un soggetto originale dello stesso Spielberg, innesca il caos partendo da una vera e propria epidemia comportamentale. Emily Blunt interpreta Margaret Fairchild, una meteorologa che inizia a parlare una lingua aliena in diretta televisiva. Questo inspiegabile cortocircuito la trasforma nel bersaglio primario di un’agenzia governativa guidata da un algido Colin Firth, convinto che la rivelazione dell’esistenza aliena causerebbe l’anarchia globale. Ad aiutarla interviene Daniel Kellner (Josh O’Connor), un cercatore di verità che trafuga segreti di Stato ed entra in latitanza.

Al CinemaCon, Spielberg ha dichiarato che l’opera contiene “più verità che finzione”. Il riferimento non è un trucco pubblicitario. Disclosure Day si innesta nel solco delle recenti audizioni al Congresso americano e della declassificazione formale dei report militari sui fenomeni UAP (Unidentified Aerial Phenomena). La domanda sull’esistenza di vita oltre la Terra ha abbandonato i forum dei complottisti per sedersi ai tavoli operativi del Pentagono. Il film nel suo dare forma a una paranoia, si limita a intercettare un dibattito istituzionale reale.

L’anatomia di una campagna marketing (e il suo cedimento)

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Per lanciare il film, Universal Pictures ha orchestrato una campagna promozionale che è un caso di studio perfetto per l’economia dell’attenzione. Mesi fa sono comparsi enormi billboard neri nelle metropoli americane con una singola, inquietante frase: “ALL WILL BE DISCLOSED”. Nessun logo, nessuna data, nessuna spiegazione. Una guerriglia visiva che ha generato speculazioni su Alternate Reality Game e ipotetiche fughe di notizie reali.

Eppure, la macchina industriale di Hollywood non sa resistere ai propri automatismi. Il critico Germain Lussier ha giustamente evidenziato una spaccatura editoriale clamorosa. Sebbene Spielberg avesse garantito un livello di segretezza assoluto sul terzo atto del film (dichiarando che “tutto quello di cui avete bisogno per arrivare dall’inizio alla fine è una cintura di sicurezza”), l’ultimo trailer rilasciato dalla major mostra sequenze palesemente estrapolate dal finale. Come nota Lussier, nemmeno il più intoccabile dei registi è immune al panico degli uffici marketing, costretti a bruciare l’effetto sorpresa pur di assicurarsi le prevendite.

Il monopolio della rivelazione

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Le prime reazioni della stampa americana definiscono la pellicola come un capolavoro ibrido. Bill Bria lo ha salutato come “il film più strano che Spielberg abbia mai realizzato”, descrivendo una sceneggiatura sospesa tra le atmosfere di X-Files e la gravità della Bibbia.

Tuttavia, il vero valore di Disclosure Day risiede nell’interrogativo politico che pone alla sua audience. L’antagonista interpretato da Colin Firth non è un banale cattivo mosso da crudeltà. Incarna l’arroganza paternalistica dell’istituzione che decide in autonomia cosa il pubblico sia pronto a digerire. Questo è il cuore pulsante e l’angolo di analisi che interessa a noi di Riot Magazine. Se la verità definitiva sull’esistenza extraterrestre fosse davvero chiusa in un cassetto governativo, chi avrebbe il diritto legale e morale di gestirla?

In un’epoca in cui le narrazioni ufficiali vengono costantemente percepite come manipolazioni, Spielberg ci pone di fronte a uno specchio scomodo. Pretendiamo la trasparenza assoluta da chi ci governa, ma siamo intimamente terrorizzati dalle conseguenze di quella stessa trasparenza. Disclosure Day vuole dimostrarci che il vero terrore arriva dalle stanze chiuse in cui qualcuno decide, ogni singolo giorno, cosa sia reale e cosa debba restare segreto.

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