L’atto di ribellione di Little Miss Sunshine: LA felicità è accettare di essere “sbagliati”

L'atto di ribellione di Little Miss Sunshine: lA felicità è accettare di essere "sbagliati"

Il finale di Little Miss Sunshine ridefinisce completamente il concetto di vittoria. La piccola Olive, sette anni, gli occhialoni tondi e una pancia rotonda che non c’entra nulla con i canoni estetici folli dei concorsi di bellezza, sale sul palco. Fa partire la musica e inizia a ballare in modo totalmente sgangherato, libero e felice sulle note di Super Freak. La giuria è pietrificata, il pubblico è indignato, ma la sua famiglia, una banda di disadattati unici, sale sul palco a ballare insieme a lei.

In un mondo editoriale che ci bombarda continuamente di articoli su come superare l’ansia, come combattere il burnout e come sopravvivere alle batoste della vita, volevo fare un passo indietro, parlando di felicità. Ma non quella finta, patinata e zuccherosa che ci propinano i social o le commedie romantiche tutte uguali. Parliamo di quella felicità che provi quando, finalmente, decidi di mandare a quel paese le aspettative degli altri e ti accetti per quello che sei: meravigliosamente imperfetto.

La dittatura del dover essere perfetti

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Guardiamoci intorno. Oggi, nel 2026, la pressione per essere “vincenti” è ovunque. Dobbiamo avere la carrieraù perfetta, il corpo perfetto, le relazioni perfette e persino l’hobby perfetto da mostrare nelle storie. Il film di Jonathan Dayton e Valerie Faris prende questa ossessione e la distrugge con una risata liberatoria.

La famiglia di Olive è il ritratto dei fallimenti moderni: c’è un padre che cerca di vendere un programma motivazionale sul successo ma è al verde, uno zio depresso, un fratello adolescente che ha fatto il voto del silenzio e un nonno cacciato dall’ospizio. Eppure, quando si mettono in viaggio su quel furgone giallo scassato che va fatto partire a spinta, capisci che la loro forza è proprio lì. Sono un disastro, lo sanno, e va bene così. La loro felicità non nasce dal raggiungere un traguardo, ma dal non dover più indossare una maschera.

Ballare quando il mondo ti guarda male

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La danza finale di Olive è esattamente una ribellione a tutti i cliché del successo. Intorno a lei ci sono bambine robotizzate, costrette da madri ossessive a sorridere a comando e a sfilare come manichini. Olive invece balla per il gusto di farlo. Il suo obbiettivo non è ne vincere il premio, neppure il modo in cui la giuria urla allo scandalo.

Quell’esibizione ci tocca così da vicino perché è un promemoria di cui abbiamo disperatamente bisogno. Ci ricorda che la vera felicità non è una linea retta dove tutto va bene, ma la capacità di accendere la musica anche quando il tuo furgone è rotto, i tuoi piani sono saltati e la gente intorno a te ti fissa con aria di sufficienza. È il coraggio di essere “sbagliati” insieme alle persone che ci amano davvero per quello che siamo.

La bellezza di andare a spinta

Little Miss Sunshine ci lascia con un’immensa sensazione di calore nel petto perché non ci vende un’illusione. Alla fine del film, la famiglia non diventa ricca, non vince il concorso e il furgone è ancora scassato, ma sono insieme, si amano e ridono in macchina mentre tornano a casa.

La felicità che stiamo cercando non è un obiettivo da raggiungere là in fondo, dopo aver sistemato ogni problema. È qui, adesso, nelle nostre crepe. È la libertà di smettere di rincorrere uno standard che non ci appartiene e iniziare, finalmente, a ballare a modo nostro. Anche se il mondo ci guarda male, anche se dobbiamo far partire il furgone a spinta.

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