Christopher Nolan ha sempre girato film sulla stessa, identica cosa. Non lo ha mai nascosto. Anzi, lo ha ripetuto così tante volte da renderlo quasi invisibile, nascosto sotto strati di pieghe temporali, astronavi che attraversano wormhole, eroi mascherati e scienziati che fissano il fungo di un’esplosione atomica. Ma se togliete il rumore, se spogliate i suoi film di ogni orpello spettacolare, ciò che resta è sempre un uomo che cerca di tornare a casa. Oppure un uomo che sa di non poterlo più fare. Tra i due estremi, Nolan ha costruito una filmografia che adesso, dopo Oppenheimer e alla vigilia di un’Odissea che promette di essere l’opera più personale e monumentale della sua carriera, possiamo finalmente leggere per quello che è: un lungo, tormentato trattato sulla colpa.

Con un budget stimato di 250 milioni di dollari e la promessa di essere il primo film girato interamente con telecamere IMAX, The Odyssey non è soltanto un adattamento epico del poema omerico, ma un’avventura che sembra voler portare sullo schermo ogni tassello della carriera del regista. In questa nuova fatica, Matt Damon interpreta un Odisseo che intraprende il suo pericoloso viaggio di ritorno dopo la guerra di Troia, affrontando Ciclopi giganteschi ma realistici, mentre a Itaca la moglie Penelope e il figlio Telemaco subiscono le trame del prepotente Antinoo, interpretato da un viscido Robert Pattinson. Nolan ha saputo plasmare il mito con il suo inconfondibile timbro autoriale, affermando che “la cultura dei fumetti”, Marvel e DC incluse, “deriva in gran parte direttamente dai poemi omerici”. E in effetti, osservando Agamennone, interpretato da Benny Safdie, con la sua armatura che richiama il Batsuit, è difficile non vedere come il seme del cinema di Nolan risieda proprio qui, in una storia che è al contempo un kolossal mitologico e un dramma morale.
Il volto della colpa: da Batman a Cooper

Prendete Bruce Wayne. Non il playboy miliardario o il detective notturno. Prendete il bambino che cade nel pozzo, che viene assalito dai pipistrelli, che implora il padre di uscire dal teatro. È lì che nasce tutto. Il Batman di Nolan è il supereroe della colpa: si assume la responsabilità della morte dei genitori, trasforma il lutto in missione, indossa una maschera che non serve a nascondere il volto ma a espiare un peccato che non ha commesso. La sua intera esistenza è una penitenza. E Nolan lo filma con l’empatia di chi sa che la colpa è il più potente carburante narrativo mai inventato.

Poi arriva Interstellar. Cooper parte per salvare l’umanità e lascia sua figlia Murph con la promessa di tornare. Passano decenni in pochi minuti. E quando Cooper la ritrova, Murph è una vecchia che lo saluta come il sopravvissuto di un’altra epoca. Il sacrificio è riuscito, l’umanità (forse) è salva. Ma per Cooper il viaggio non è un trionfo: è un lutto lungo una vita intera. Nolan ha sempre capito che il tempo è il miglior alleato della colpa, e Interstellar lo dimostra con una precisione che fa ancora male.
Oppenheimer: la colpa che non espia

Con Oppenheimer, Nolan porta la sua ossessione alle estreme conseguenze. Il padre della bomba atomica è il protagonista definitivo del cinema nolaniano: un uomo che ha costruito l’arma più letale della storia e che passa il resto della sua vita a chiedersi se sia stato giusto farlo. Non c’è un cattivo da sconfiggere, non c’è un wormhole da attraversare. C’è solo la coscienza di un uomo che si sbriciola sotto il peso di ciò che ha fatto.
E qui arriva la prima crepa nel mito di Nolan. La critica più lucida mossa al film riguarda la scelta di cosa mostrare e cosa omettere. Nolan ha deliberatamente deciso di non mostrare mai le conseguenze dirette della bomba su Hiroshima e Nagasaki. In un’intervista ha spiegato che “il film presenta l’esperienza di Oppenheimer in modo soggettivo”, e che mostrare la distruzione delle due città sarebbe stato incoerente con questa scelta narrativa. Ma la scelta ha suscitato critiche aspre: c’è chi ha accusato il film di trasformare il padre della bomba atomica in una figura tragica e tormentata, assolvendolo implicitamente dei crimini commessi. In un’analisi pubblicata su Mashable, si è scritto che “Nolan sa come evocare emozioni dipingendo un ritratto intimo e intricato del padre della bomba atomica, ma lo assolve anche da certi crimini. Oppenheimer dipinge la cupa distopia in cui viviamo ora, ma cancella l’omicidio degli indigeni sacrificati per i test atomici”.

È una critica che pesa, perché tocca il cuore del metodo Nolan: l’identificazione con il protagonista è così totale, così immersiva, che lo spettatore rischia di perdere la distanza critica. Oppenheimer è un film sulla colpa, ma non è un film che accusa. Mostra il tormento, non la responsabilità. Ci fa sentire il peso della coscienza, ma ci esime dal chiederci se quella coscienza abbia mai davvero pagato.
Il Cavaliere Oscuro: quando la colpa diventa vertigine

Se Batman Begins è il film della colpa originaria e Oppenheimer è il film della colpa che si fa sistema, Il cavaliere oscuro – Il ritorno è il film in cui la colpa implode. Nolan aveva tra le mani il finale della trilogia più ambiziosa mai concepita per un supereroe, e si è trovato a dover chiudere una storia che era cresciuta fino a superarlo. Il risultato è un film divisivo, che ancora oggi spacca il fandom con una ferocia che pochi altri blockbuster possono vantare. “Alcuni lo considerano il peggior film di Batman, mentre altri lo ritengono forse il migliore. La verità è da qualche parte nel mezzo”.
I difetti di The Dark Knight Rises sono figli della stessa grandezza che Nolan aveva raggiunto. Il film è ambizioso, barocco, sovraccarico di trame che si rincorrono senza mai raggiungere la pulizia chirurgica del suo predecessore. La scena della morte di Talia al Ghul, una delle più criticate della carriera del regista, sembra quasi una resa: un momento goffo in cui la perfezione visiva di Nolan si sbriciola in un’inquadratura che sa di fretta, di montaggio tirato via, di un regista che ha smesso di credere al suo stesso film. “

Eppure, anche in questo film imperfetto, Nolan non tradisce la sua ossessione. Bruce Wayne è un uomo distrutto. Ha perso Rachel, ha perso la fiducia di Gotham, ha perso sé stesso. La sua risalita è la cronaca di una colpa che si trasforma in redenzione. O almeno ci prova. Perché il finale, con Batman che si sacrifica per la città e poi ricompare a Firenze, è l’ultimo gesto nolaniano più discusso e ambiguo: si è davvero redento, oppure ha semplicemente cambiato maschera? Nolan non lo dice. Non lo dirà mai. Forse non lo sa nemmeno lui.
Il viaggio di Odisseo è l’approdo di Nolan

E arriviamo a The Odyssey, il film che forse più di ogni altro rappresenta la sintesi del cinema nolaniano. Un uomo lontano da casa, che passa dieci anni a cercare la strada del ritorno. L’astuzia di Odisseo, la sua intelligenza, la sua capacità di ingannare e sopravvivere: tutto grida Nolan. Il film, che Nolan descrive come “la storia” per eccellenza, è un kolossal che porta con sé il peso di un’eredità culturale e il fascino di una narrazione che fonde il mito con il dramma umano.
Odisseo non parte per esplorare, ma per tornare. Ogni sua avventura è un ostacolo tra lui e la meta. E la meta è sempre la stessa: casa, la famiglia, l’identità che ha lasciato. Come Cooper nel tesseratto, come Bruce Wayne di fronte al pozzo, come Oppenheimer davanti al fungo atomico. O come Leonard Shelby di Memento. Nolan gira sempre lo stesso film, e non se ne vergogna. Anzi, lo rivendica. “Omero, in un certo senso, è il George Lucas dei suoi tempi”, ha dichiarato, aggiungendo che l’autore classico “rappresenta la Marvel del suo tempo”, esprimendo il desiderio umano di credere che gli dei possano camminare tra noi.

Il cast è stellare (come ogni film di Nolan) e sta già accendendo gli animi di molti fan e detrattori di Nolan: Tom Holland è Telemaco, Anne Hathaway è Penelope, Robert Pattinson è il perfido Antinoo, Lupita Nyong’o interpreta probabilmente Elena di Troia (ma non è confermato), Zendaya intepreterà Atena e Charlize Theron Calipso. E poi c’è Travis Scott. Il rapper è stato scelto da Nolan per interpretare un bardo, un aedo che racconta storie. La scelta, apparentemente bizzarra, ha una logica precisa: “L’ho scelto perché volevo rendere omaggio all’idea che questa storia è stata tramandata come poesia orale, che è analoga al rap”. In un film che parla di narrazione, di come le storie si evolvono e si tramandano, inserire un bardo contemporaneo è forse il gesto più nolaniano di chiudere il cerchio.

La domanda che resta in sospeso, tra le pieghe di questo kolossal che sembra un’autobiografia involontaria, è se Odisseo, quando finalmente toccherà la spiaggia di Itaca, riuscirà a guardare Penelope negli occhi senza vedere il riflesso di tutti i mostri che ha dovuto uccidere per tornare. Non è una domanda da poco. È la domanda che Nolan si pone da sempre. E forse, per la prima volta, in questo kolossal che profuma di mito e di redenzione, ha deciso di rispondere.
La risposta, qualunque essa sia, è già stata scritta. Basta guardare i suoi film. Basta seguire il filo che lega il bambino nel pozzo all’astronauta nel buco nero, l’eroe mascherato al fisico distruttore di mondi. Basta ascoltare Odisseo quando, nella penombra di una sala IMAX, finalmente parlerà. Nolan è stato il più grande architetto della colpa nel cinema contemporaneo. Ci ha costruito cattedrali di sensi di colpa. E adesso, forse, è arrivato il momento di chiederci se quelle cattedrali erano davvero necessarie, o se erano soltanto un modo per riempire il silenzio di un regista che non sapeva tacere.


