Sam Raimi ha fatto qualcosa che nessun cinecomic moderno ha più avuto il coraggio di fare: mostrare un supereroe che perde tutto. A vent’anni dall’uscita, resta insuperato.
C’è una scena, in Spider-Man 2, che contiene l’intero film in un gesto. Peter Parker è in piedi sul tetto di un palazzo e ha appena buttato la maschera in un cestino, mentre sotto di lui, la città che ha salvato decine di volte continua a vivere senza accorgersi di nulla. Peter guarda giù e poi si allontana. È il momento in cui un supereroe decide di smettere di esserlo perché si rende conto che vivere due vite lo sta distruggendo.
Sam Raimi ha preso il secondo capitolo della sua trilogia e lo ha trasformato in un film sulla fatica di essere buoni. Peter Parker perde tutto: il lavoro, gli amici, Mary Jane e anche i suoi poteri. La sequenza in cui, dopo aver salvato un bambino da un incendio, scopre di non riuscire più a lanciare ragnatele e si schianta contro un muro di mattoni, è girata con un realismo che fa ancora male. Ma ciò che più di ogni cosa rende tragica quella scena è il sollievo provato da Peter: per un attimo, è felice. Può finalmente tornare a essere normale. Il superpotere, in Spider-Man 2, è una condanna.
La forza di gravità del male perfetto
Dall’altra parte del film c’è Otto Octavius, uno dei villain più complessi che il cinema dei supereroi abbia mai creato. Raimi gli dedica un prologo che è praticamente un piccolo film a sé stante: lo scienziato entusiasta del suo progetto sulla fusione nucleare convinto di poter salvare il mondo, quando in realtà rischia di distruggerlo. Otto Octavius perde tutto. Perde sua moglie e la sua ragione. Lasciando che i tentacoli meccanici prendano il controllo.

La scena in ospedale, con i tentacoli che massacrano i chirurghi mentre Octavius è incosciente, è girata in stile horror. Raimi, che veniva da La casa e L’armata delle tenebre, sapeva esattamente cosa stava facendo. La macchina da presa inquadra le unghie di un’infermiera che graffiano il pavimento mentre viene trascinata via, l’ombra dei tentacoli sulla parete, il rumore delle ossa che si spezzano. È una sequenza che nessun cinecomic moderno oserebbe girare, e che da sola contiene la differenza tra Raimi e chiunque altro abbia mai diretto un film di supereroi.
Octavius non è un villain classico. È un uomo buono a cui è successo qualcosa di terribile. E nel finale lo dimostra. La sua intelligenza, che dovrebbe essere un dono, lo ha reso schiavo. Il parallelo con Peter è evidente, ma Raimi non vuole mai sottolinearlo. Lascia che sia sempre il pubblico a cogliere la facilità con cui una persona può diventare cattiva. Dipende tutto dalle scelte che compie.
Il treno e la resurrezione
La scena del treno è la sequenza più famosa del film, e lo è per un motivo preciso. E cioè per il suo enorme significato. Peter, senza maschera, sanguinante, regge un intero convoglio con la forza delle sue braccia. I passeggeri lo guardano e lo vedono per quello che è: un ragazzo magro, spaventato, che sta dando tutto sé stesso per salvarli. Quando sviene, lo prendono al volo adagiandolo sul pavimento. È la prima volta che la folla, nei film di supereroi, non è soltanto una massa impersonale da salvare ma una vera e propria comunità che ricambia i gesti eroici compiuti da Spider-man.
Raimi capovolge completamente la dinamica del genere. Per la prima volta sono i passeggeri a salvare Spider-Man. Il supereroe ha bisogno delle persone che protegge e le persone, per una volta, ci sono. La scena si chiude con un bambino che porge la maschera a Peter e promette di non dire a nessuno la sua vera identità. Il cinema dei supereroi ha raggiunto il suo apice emotivo in quel gesto, e da allora (purtroppo) non lo ha più ritrovato.
L’eredità di un film che non ha eredi
Spider-Man 2 è uscito nel 200 e ha convinto sia la critica sia il pubblico. Poi negli anni seguenti il cinema dei supereroi ha preso un’altra strada. Più grande e interconnessa, potremmo dire. I multiversi, le timeline, i crossover, i film che servono solo a preparare altri film. Spider-Man 2 faceva il contrario. Era un film su un uomo che cerca di pagare l’affitto, su un ragazzo che vorrebbe studiare ma non ha tempo, su un amore che non può esistere perché le troppe responsabilità glielo impediscono.
A vent’anni dall’uscita, resta il miglior cinecomic mai girato perché ha capito qualcosa che i suoi successori hanno dimenticato: il supereroe è interessante solo quando è in bilico. Quando è sul punto di cadere, di perdere. Quando la maschera è stata strappata, la schiena è curva e il conto in banca è vuoto. Peter Parker, sul treno, ha solo la forza di un uomo che ha promesso a sé stesso di non mollare mai. E questa forza è l’unica cosa che conta davvero.
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